Scrivimi, confrontiamoci, parliamone!

Nome

Email *

Messaggio *

Solita(ria) vita - 2° Episodio

 

Continuava così anche quel giorno la strada.

Senza colore, ottimismo, senza speranza e senza aspettativa.

Solo tanti, tanti pensieri che le affollavano la mente e il cuore. Già, il cuore. Maledetto cuore che era riuscita a far andare in frantumi e a ricostruire tante di quelle volte che oramai aveva perso il conto.

Stanca e delusa da un marito che la faceva sentire una nullità a ogni piè sospinto, aveva finito per ritrovarsi tra le braccia di un uomo che la teneva su un palmo di mano a volte, per poi farla sprofondare nuovamente nell'abisso a intermittenza.

La sua autostima, il suo amor proprio, la sua capacità di sentirsi, non migliore, ma accettata, semplicemente accettata da qualcuno... avevano finito col diminuire, fino ad esaurirsi.

E la cosa peggiore era che lei glielo aveva permesso. Non era stata colpa di nessun altro, se non sua se aveva permesso agli altri di trattarla così. Non era colpa di suo marito, non era colpa di un amante di passaggio. Era lei ad essere sbagliata. E il fatto di sentirsi in colpa la rendeva ancora più sbagliata.

Ma ora basta. Era arrivato il momento di farla finita.

Nessuno avrebbe più potuto trattarla a quel modo. Da quel giorno avrebbe preso in mano le redini della sua vita. Avrebbe messo se stessa davanti a tutti, il suo piacere, i suoi interessi, i suoi bisogni, persino il suo godimento, davanti a quello di tutti gli altri.

Era egoista? No. Semplicemente aveva deciso di amarsi. Di volersi bene. Di prendersi cura di sè.

Non sarebbe più stata seconda, nè inutile, nè incapace.

Quella mattina non andò al lavoro. Arrivata nei pressi dell'ufficio, pigiò sul pedale dell'acceleratore e lo superò. All'ora di pranzo non rientrò a casa e non avvisò suo marito per dirgli dove fosse.

Non rispose al cellulare per giustificarsi con i superiori circa la sua assenza e ignorò i messaggi di chi le chiedeva dove fosse.

Semplicemente tirò dritto. Per ore e ore.

Percorse chilometri e chilometri senza fermarsi, e ad ogni chilometro che percorreva la sua mente si svuotava, il fardello che si portava addosso si alleggeriva e tutto le appariva più semplice. Meno faticoso, meno complicato. Meno tutto.

Anche la benzina però stava diventando sempre meno. Si accorse di essere arrivata in un luogo che non conosceva... e per una che non era solita guidare in posti sconosciuti, era davvero una gran bella novità. Notò in lontananza l'insegna di un distributore con annesso motel. Si diresse verso quel posto e decise che ci avrebbe passato la notte.

Arrivederci al prossimo episodio.

Solita(ria) Vita

 


Le piaceva guidare il mattino, da sola.

Alle prime luci dell'alba, con gli occhiali scuri che le coprivano gli occhi pieni di lacrime e la musica a tutto volume che le copriva i pensieri.

Ultimamente le capitava così. Di piangere, ogni volta che era sola e ogni volta che il flusso incessante dei suoi pensieri la metteva all'angolo senza che potesse in alcun modo ribellarsi.

A volte quel pianto era liberatorio, altre volte decisamente disperato.

E si chiedeva quando sarebbe finito quel periodo così contraddittorio, così confuso, così dannatamente cupo e triste di quella sua vita che, in fondo, non era stata poi così male fino a poco tempo prima.

Ma poi arrivava un'altra mattina e di nuovo quell'inquietudine prendeva il sopravvento. Di nuovo l'oscurità avvolgeva il suo cuore e la sua mente. Anche respirare diventava un'impresa impossibile.

A quel punto per qualche istante, qualche breve ma lunghissimo istante, mentre sfrecciava con l'auto per le strade semi deserte, chiudeva gli occhi per vedere se riusciva a farla "franca". Ma poi subito li riapriva: non perchè temesse il pericolo o le conseguenze delle sue azioni... ma solo perchè si sentiva tremendamente egoista nel coinvolgere qualche innocente in quella che avrebbe dovuto essere una disfatta tutta sua. Senza nessun'altra vittima.

Altra mattina. Altro solitario viaggio verso il luogo di lavoro.

Di nuovo musica che cercava di coprire quel persistente torrente di pensieri che si riversavano nel bacino della sua anima cercando di portarla giù a fondo con loro, in un mulinello vorticoso e pieno di insidie.

Cosa poteva capitare di peggio? cosa poteva essere peggio di così?

Era quella la depressione? Oppure solo una serie concatenata di eventi, di scelte sbagliate, di passi falsi che sommati tutti insieme avevano dato vita a quell'onda di mare nero che ora si scagliava impetuoso sulle rive del suo io, senza possibilità di trovare rifugio in nessun luogo?

Era stanca, esausta di quel fardello che le pesava ogni giorno. Ed ogni giorno lo viveva come se qualcosa di straordinario dovesse accaderle. Qualcosa che le avrebbe stravolto la vita, gliel'avrebbe cambiata. Migliorata forse. O forse semplicemente risolta. In un modo o nell'altro.

Quanto si sentiva ingrata a pensarla così. C'era di peggio in fondo, giusto? E di nuovo i sensi di colpa che la tormentavano: non era grata per ciò che aveva. Si sentiva un'inutile nullità e tutto intorno a lei non faceva che ricordarglielo. Ma non era in grado di mettere fine a quella sofferenza interiore. Finiva col trascinarsi ogni giorno in quella vita che ormai le stava stretta. Con una maschera sul volto che la faceva apparire felice, positiva, spensierata ed ottimista.

In realtà il pericoloso grigiore che aveva infettato la sua anima si faceva di giorno in giorno sempre più radicato. Cosa le sarebbe servito per tornare a essere quella di una volta? Non lo sapeva neanche lei.

Ma avrebbe tanto voluto scoprirlo. Per non sentirsi più sbagliata, inutile. E soprattutto sola.

Arrivederci al prossimo  episodio.


Se sbaglia uno, è colpa di tutti? Il mio concetto di lavoro di squadra

 

Qualche giorno fa è accaduto un episodio che mi ha fatta soffermare a riflettere su un argomento che trovo molto attuale, sia in ambito lavorativo che nella vita di tutti i giorni.

Mi sono ritrovata a chiedermi: quanto conta il singolo all'interno di una squadra? Mi spiego meglio: la squadra dovrebbe essere considerata un elemento unico a tutti gli effetti? oppure i singoli membri hanno specifiche responsabilità nei confronti dell'esterno?

Ed ecco l'episodio che mi ha fatto riflettere.

Era domenica mattina, il cielo era grigio e una pioggia torrenziale e fastidiosissima non accennava minimamente a diminuire. Con la mia famiglia abbiamo deciso di ordinare il pranzo al McDonald e di usufruire del servizio a domicilio: era la prima volta che lo testavo e quindi ero molto euforica! 

Tramite l'app ho ordinato il pranzo che è poi arrivato puntualissimo. Peccato che all'ordine mancassero ben 2 elementi direi fondamentali: si erano dmenticati di inserire 2 porzioni di patatine fritte.

Ho subito preso il telefono e chiamato il Mc per vedere se potevano riconsegnarmi le patatine mancanti. Purtroppo il servizio di consegna a domicilio Deliveroo di cui si serve il Mc viaggia su binari separati e non era quindi possibile per loro riprogrammare una consegna. Pertanto mi sono dovuta vestire, prendere la macchina e (sotto la pioggia torrenziale) raggiungere il Mc per farmi ridare le patatine che nel frattempo mi avrebbero fatte trovare pronte.

Già per telefono la responsabile con cui avevo parlato si era scusata più e più volte ma quello che mi ha lasciata perplessa sono state le sue parole una volta arrivata.

Oltre a scusarsi e ad offrirmi 2 porzioni ulteriori di patatine per rimediare (!) ha innanzitutto dichiarato di essere estranea all'errore "perchè lei non si occupa degli ordini" e quindi non era stata colpa sua, ma che grazie alla mia segnalazione avevavo potuto trovare il "colpevole" che quindi sarebbe stato redarguito e probabilmente richiamato in maniera ufficiale.

Ora io mi chiedo: in qualità di responsabile sarebbe stato più elegante e, in definitiva, meno "scarica barile", fare fronte compatto dicendo che si era trattato di un errore della "squadra"? Oppure così facendo, cioè comunicandomi che il colpevole sarebbe stato "assicurato alla giustizia" la responsabile pensava di tranquillizzarmi maggiormente?

Io le ho detto più e più volte che non volevo nessuna porzione supplementare, ma che avrei preferito di gran lunga aver ricevuto un servizio corretto senza dover uscire di casa.

E lei insisteva dicendo che il colpevole era stato localizzato e prontamente ammonito.

Da qui la mia riflessione principale: quanto conta il singolo in una squadra

E' corretto pensare che se si fa bene è merito di tutti ma se c'è un errore, dev'essere per forza l'errore di un singolo? E in quel caso cosa deve fare la squadra? Sostenersi nonostante gli errori di qualcuno o rendere noto il colpevole per salvaguardare gli elementi che agiscono in maniera corretta?

Ho sempre pensato che una squadra fosse da considerare come un elemento unico, un fronte unito e compatto sia nel bene che nel male. Mi rendo conto però che oggigiorno, sia nel lavoro che nella vita di tutti i giorni, il singolo tenda a voler primeggiare sulla squadra, o meglio, a volersi estraniare da essa in caso di errori o, peggio, di fallimenti.

Il fattore "rapporti col pubblico" sicuramente non è facilissimo da gestire e più componenti ci sono in una squadra, più è difficile emergere o comunque far notare il proprio talento dall'esterno. Mentre invece sembra facilissimo far notare gli errori di un singolo perchè in quel caso, per quel che ho potuto constatare, è un attimo essere messi alla gogna!

Queste riflessioni, francamente molto disconnesse in principio, mi hanno però portata ad una conclusione: lavorare in una squadra non è semplice! E lo so per esperienza: mettere d'accordo tante persone per far sì che seguano una stessa strategia o anche solo per far sì che vengano coinvolte in un processo creativo dove ci si aspetta che TUTTI diano il proprio contributo, è più complicato di quanto si pensi. Ma sono anche certa che se ognuno ha un proprio ambito specifico entro il quale operare, tutto l'ingranaggio riesca a funzionare bene. Non è giusto nemmeno che "lavorino sempre gli stessi" perchè tanto da fuori si vede una squadra! Internamente è comunque giusto e ugualmente importante premiare chi "si sbatte" e richiamare chi invece il proprio ingranaggio lo fa oliare sempre e solo agli altri.

D'altra parte è ovvio e normale che un problema, un intoppo, una svista possa capitare. Ma credo che in quel caso il o la responsabile debbano correggere il tiro e redarguire l'elemento che ha sbagliato necessariamente in privato. Mentre trovo che sia fondamentale continuare a mantenere una facciata unita all'esterno. Ovvero: avrei gradito di gran lunga che la repsonsabile del Mc mi avesse detto "guardi, ABBIAMO commesso un errore e CI SCUSIAMO". Il suo volersi estraniare a tutti i costi dall'accaduto e il suo puntare il dito su UNA PERSONA mi hanno lasciata interdetta. E lì ho capito cosa significa davvero essere supportati da una squadra.

Senza contare la marea di sensi di colpa che sono sopraggiunti poi per essere stata la causa della lavata di capo di quel ragazzo/ragazza... cioè, alla fine mi sono sentita io colpevole!

Morale della favola: se lavori in squadra e vinci, il successo è di tutti. Se lavori in squadra e perdi, perdono tutti. Per colpa di tutti, non di uno solo.

E quindi, cara la mia responsabile... forse è meglio se ti rivedi il concetto di "responsabile". E anche di squadra.

I sogni... sono desideri (?)

 


Sentivo il brusìo del pubblico. Poi ad un certo punto, la voce del grande capo che annunciava il mio nome: era il mio turno

Il mio intervento durante quella conferenza annuale, alla quale erano presenti almeno un centinaio di persone, era stato deciso solo qualche giorno prima, ma questo non mi aveva impedito di prepararmi con estrema attenzione e trepidazione.

Con calma e in maniera composta mi alzai dal mio posto e salii sul palco. Non avevo appunti con me, ma mi sistemai ugualmente dietro al leggìo. Sullo schermo alle mie spalle scorrevano le slide che avevo preparato a supporto del mio discorso.

Parlavo in totale scioltezza, senza paura, senza mancamenti nella voce o indecisioni.

Guardavo di fronte a me verso un punto non definito, poichè il riflettore puntato sul palco mi impediva di distinguere le persone. E così mi sembrava di parlare ad una sala vuota. Anche se sentivo il pubblico che mi ascoltava attentamente, lo sentivo sorridere all'incalzare del mio discorso che si faceva ora più serio ora più leggero e disteso.

Infine sentii le persone ridere di gusto, quando mi lanciai in una battuta sarcastica circa l'andamento del mercato in questo periodo... insomma le stavo coinvolgendo a tutti gli effetti!

Ma quello che mi sorprendeva di più era la mia massima tranquillità.

Ero io, solo io. Parlavo su un palco. E le persone mi ascoltavano. Avevo catturato la loro attenzione e mi stavano ascoltando!

Al termine del mio intervento, le persone mi fecero anche un applauso. Non posso descrivere a parole quello che ho provato. Una sensazione di appagamento e di realizzazione come non saprei dire.

Battevano le mani a me, per quello che ero e per quello che avevo pensato, detto, esposto loro nel corso del mio breve ed intenso intervento.

Mentre mi avvicinavo ai gradini per scendere dal palco, la luce del riflettore si fece meno intensa e allora riuscii a scorgere una persona in prima fila. Era mio padre. Era seduto proprio lì in prima fila. Mi sorrideva e anche lui batteva le mani. Doveva essere fiero di me, per una volta.

Quell'applauso si fece via via più lontano, sommesso... scendevo dal palco per tornare al mio posto e lo sentivo affievolirsi sempre più.

E poi il buio. Solo io, nel letto. Con una sensazione che non avevo mai provato prima.

Mi sono sentita piena, appagata, realizzata. Ho sentito crescere in me il desiderio di farlo sul serio, di farlo per davvero.

Proprio io... che di parlare in pubblico non ne ho mai voluto sentir parlare. Io che fino a poco tempo fa non lo avrei fatto nemmeno sotto tortura. Io che piuttosto che parlare in pubblico, preferisco scrivere per ore, ore, ore e ancora ore... in totale solitudine e al riparo da occhi e giudizi indiscreti.

Stanotte per la prima volta nella mia vita ho desiderato che il mio sogno, che QUESTO sogno, fosse vero. Ho desiderato essere davvero su quel palco con un riflettore puntato addosso. Ho desiderato davvero sentire gli sguardi attenti su di me, i sorrisi, le risate, gli applausi. Ho desiderato sentire quell'appagamento e quella realizzazione. Ho desiderato sentirmi parte di un gruppo di persone che credono in un obiettivo comune e che posso guidare per raggiungerlo. Ho desiderato avere quella naturalezza e quel self control così totalmente estranei dal mio modo di essere. Ho davvero desiderato essere ascoltata, considerata ed apprezzata.

Se è vero che i sogni sono desideri, forse inconsciamente desideriamo davvero essere o fare ciò che razionalmente non avremmo mai il coraggio di ammettere. Soprattutto a noi stessi

O forse è solo l'ennesimo muro che autonomamente ci costruiamo attorno per difenderci dalle delusioni e dai giudizi negativi.

Se così fosse, significa che nonostante il mio dribblare i discorsi in pubblico (fin dai tempi delle scuole superiori!), forse parlare in pubblico è ciò che realmente il mio io desidera. 

E chi sono io per negare al mio io qualcosa che possa renderlo felice ed appagato?!

Forza allora, una nuova sfida mi attende!

L'anno scorso pensavo che... quest'anno invece la penso così!


L'anno scorso in questo periodo ho scritto un pezzo in cui parlavo della necessità interiore di non aspettarsi nulla dal nuovo anno per non correre il rischio di rimanere delusi.

Quello che sta per concludersi non è stato un anno qualunque. Non possiamo dire che non ci abbia lasciato nulla. Nel bene o nel male, qualcosa ci ha sicuramente lasciato. Fossero anche solo cicatrici, sono sempre segni che dobbiamo imparare ad accettare e fare nostri.

Per quanto mi riguarda, quest'anno, nonostante tutte le restrizioni del caso, mi ha dato davvero tanto. 

Ho stretto rapporti di amicizia con persone straordinarie che, ognuna a proprio modo, hanno saputo farsi spazio nella mia vita per insegnarmi qualcosa, per darmi un pezzo di loro e per farmi sentire che non ci si può mai sentire arrivati... perchè in fondo (grazie a Dio) c'è sempre qualcosa da imparare. E non bisognerebbe mai sentirsi paghi di apprendere.

Quest'anno mi ha insegnato che non aspettarsi nulla non è la strada giusta da percorrere nel momento in cui decido di affrontare la mia vita in modo passivo. Lasciando che le cose mi succedano ed autoconvincendomi che io non possa fare niente per cambiarle.

E' vero, quest'anno avremmo potuto fare ben poco per cambiare le cose: siamo stati letteralmente investiti da una cosa talmente grande che "cambiarla" era impossibile. Abbiamo dovuto accettarla.

Ma decidere come reagire a una cosa del genere, questo sì potevamo sceglierlo. E io ho scelto di non rimanere passiva. Ho scelto di rimanere attiva lavorativamente senza mai mollare un centimetro. Ho scelto di aiutare i miei colleghi, per quanto mi è stato possibile, affinchè anche loro non cedessero. Ho scelto di stare accanto alla mia famiglia e di non far sentire mai nessuno abbandonato o dimenticato.

Scegliere di reagire, di creare le opportunità che ci possano portare a raggiungere i nostri obiettivi, credere di potercela fare con le proprie forze e (perchè no?) con l'aiuto delle persone che ci sostengono, non è essere parte passiva della propria vita.

Non aspettarsi nulla dal nuovo anno non ci mette al riparo da delusioni e amarezze.

Ma affrontandolo attivamente, mettendoci in prima linea per far sì che quel qualcosa accada, per far sì che quel traguardo si metta sulla nostra strada, questo è il modo giusto per affrontare la vita.

Perchè diciamocelo, non aspettarsi nulla è anche molto comodo in fondo. Mi permette di sentirmi giustificato se non do il massimo, mi permette di rimanere estraneo alle sconfitte, ma neanche mi mette in gara. Se non provo, non so se potrò riuscirci.

E parlo per prima in tal senso. Io che ho sempre dribblato una cosa in particolare perchè l'ho sempre considerata al di sopra delle mie possibilità. Mi sono sempre detta che non ce l'avrei mai fatta perchè così ero stata abituata a credere. Ho dato per scontato che le cose stessero così e che non sarebbero potute cambiare mai.

Poi ieri una persona mi ha detto: se lo faccio io, puoi farlo anche tu. Ho accettato, solo per veder fare a questa persona quello che poi ha fatto, nella maniera più naturale possibile. Con la consapevolezza che "o la va o la spacca, ma almeno ci ho provato!".

E ora che abbiamo stretto questo patto e non posso più tirarmi indietro, sulla mia "to do list 2021" c'è un elemento in più. Che mi spaventa terribilmente. 

L'anno scorso avrei detto: non lo faccio e non lo farò mai così sono certa di non incorrere in un fallimento.

Mia figlia di 10 anni mi ha insegnato che posso farlo. Basta crederci. E LEI crede in me. 

Forse posso farlo anche io.

Magari provarci mi porterà ad aprire nuove porte, ad imboccare nuove strade... possibilità che fino a poco fa mi ero preclusa. Non so cosa accadrà questo nuovo anno.

Ma di sicuro non voglio rimanere a guardarlo dietro il vetro della mia finestra.

Ogni nuovo mattino uscirò per le strade cercando i colori (Cesare Pavese).

Fate che sia l'anno del vostro cambiamento. Date vita a quel cambiamento e poi prendetene attivamente parte. Non rimanete fermi a guardare un altro anno che se na va identico al precedente.

Perchè quell'anno, nessuno ve lo restiuirà. E so che probabilmente ci fareste la firma a non rivivere in toto un altro 2020! Ma siete sicuri che non ci sia stato proprio niente da salvare in questo?

E tu, cosa hai fatto per far sì che fosse un anno da ricordare? Avresti potuto fare di più?

Sei ancora in tempo per cambiare le cose.

Buon Nuovo Inizio.