Scrivimi, confrontiamoci, parliamone!

Nome

Email *

Messaggio *

Visualizzazione post con etichetta squadra. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta squadra. Mostra tutti i post

Quando la solitudine diventa un plus... (?)

 


Parliamo di solitudine e magari non sappiamo di cosa stiamo parlando.

Per definizione la solitudine è 

"L'esclusione da ogni rapporto di presenza o vicinanza altrui desiderato o ricercato come motivo di pace o di raccolta intimità"...

...e quindi parrebbe essere anche tutto sommato uno stato di grazia, un bisogno, una necessità fisica e mentale di staccare la spina da abitudini, da luoghi e soprattutto da persone tossiche. Insomma isolarsi da tutte quelle cose che ci soffocano, che non ci fanno crescere, che non ci arricchiscono (nel senso più spirituale del termine).

E' pur vero, tuttavia, che lo stesso sostantivo possiede anche un'altra accezione:

"L'esclusione da ogni rapporto di presenza o vicinanza altrui sofferto in conseguenza di una totale mancanza d'affetti, di sostegno e di conforto".

Mancanza di sostegno. E di conforto.

Esattamente come quando senti di voler aiutare tutti intorno a te, senti di voler essere utile, senti che con un tuo contributo, seppur piccolo e infinitesimale, le cose possono cambiare, migliorare. Magari non risolversi del tutto, ma senti di poter avere un ruolo nel grande ingranaggio di cui fai parte.

Poi invece, ti capita di dover essere tu ad aver bisogno di aiuto. Di sostegno, di conforto.

E in quel momento ti accorgi di essere sola. Esattamente come quando esci tardi da un centro commerciale, il parcheggio è vuoto e desolato. E anche se il cielo è ancora chiaro e non è buio, avverti ugualmente quella sensazione, quella stretta allo stomaco, che per un attimo ti ricorda che sei lì sola. Che con te non c'è nessuno e che nessuno potrebbe aiutarti qualora ne avessi bisogno.

Eccoci ricollegati dunque alla solitudine, non specificatamente cercata, ma nella quale ci ritroviamo a scivolare ogni volta che ci sentiamo messi da parte, non considerati, esclusi per aver manifestato un'idea diversa da quella del branco (magari migliore, ma sostanzialmente diversa... ed è una colpa che l'abbia avuta proprio tu e non chi gestisce il branco, perchè significa che tu hai una testa... e che quella testa ragiona).

La solitudine in cui scivoliamo ci porta dapprima ad una sorta di sofferenza soffocata: non possiamo e non vogliamo palesare il nostro malessere al prossimo. Quel prossimo che a sua volta ne è stato palesemente la causa. Successivamente però, non ci importa più che si sappia o non si sappia. Il nostro stato d'animo può comodamente venire fuori, non ci importa.

E quell'opinione, quell'idea, quello spunto di riflessione che abbiamo tenuto per noi, ben celato da occhi indiscreti, inizia a germogliare. Quel pensiero diventa un'idea ben definita, quell'idea diventa un progetto e quel progetto inizia a prendere forma, colore. Inizia a prendere vita.

Al contrario di ciò che avresti fatto mesi prima, e cioè condividere le tue opinioni con il branco, stavolta decidi di tenerle per te. E di lasciarle crescere, maturare, proprio come stai facendo tu, in solitudine.

Questo tuo isolarsi, che in realtà non è altro che una conseguenza e non una presa di posizione, verrà criticato aspramente. Perchè se fai parte di un branco, sei tenuto a condividere, tutti possono prendere un pezzo da tutti, il bene è comune e il singolo non esiste, in nome di un qualcosa di superiore che evidentemente però fallisce, qualora anche un solo elemento viene emarginato o lasciato indietro.

Ecco che quella solitudine, dapprima forzata, poi criticata, poi divenuta uno stile di vita e in un certo qual modo anche uno schermo per proteggersi dalle delusioni date da chi diceva di appoggiarti (e che invece se l'è filata alla prima occasione), quella solitudine diventa un plus. Un momento, un modo, un'occasione per ritrovare noi stessi e i nostri obiettivi, che forse avevamo stupidamente accantonato a favore di quelli di un branco che evidentemente non ci merita e non ha intenzione di riconquistare la nostra fiducia e la nostra stima.

La solitudine ci aiuta rifocalizzarci su ciò che siamo e su cosa vogliamo. A raddrizzare il tiro, a renderci conto che un posto per noi c'è e che non è necessariamente tra le fila di persone tutte uguali che la pensano tutte allo stesso modo (chissà magari hanno anche ragione, magari no, non lo sapremo mai senza un reale confronto).

Credo che la solitudine sia un plus per chi è in grado di gestirla senza sentirsi soffocato. Senza sentirsi un perdente. Perchè un perdente non lo è. Nè un fallito, nè un incompreso, nè un'arrogante vittima asociale che si trascina piangendosi addosso.

 


Chi sceglie la solitudine è perchè è stato spinto in un angolo. Ma da quell'angolo ha trovato spiragli attraverso i quali vedere paesaggi bellissimi.

 

Gli ultimi saranno i primi... o continueranno a essere ultimi?

Qualche giorno fa confrontandomi con alcune colleghe del network di cui faccio parte, mi sono soffermata a riflettere su alcuni aspetti che fino a quel momento avevo sì preso in considerazione, ma non sotto questo punto di vista.

In una squadra, che lo si voglia o meno, come in tutte le squadre, ci sono i big, ci sono i giocatori di media importanza e poi ci sono quelli che fanno parte della squadra, ma di cui nessuno si ricorda.

Un po' come dire Michael Schumacher, Eddie Irvine e... se ti dico Mika Salo, sai chi è? 

Il punto è questo, facciamo tutti parte di una squadra. Ma ci sono quelli che fanno i numeri, quelli che vengono osannati, quelli che contribuiscono al bene della squadra anche se non sono sotto la luce dei riflettori, ci sono quelli che fanno parte della squadra ma nessuno sa che ci sono e poi ci sono quelli che non fanno numeri e non contribuiscono in alcun modo alla crescita della squadra. Ma sono sempre e comunque parte di essa. Quindi la domanda è: all'interno di una squadra quanto conta l'apporto in termini di fatturato, idee, progettazione, contenuti di un singolo membro? Conta più o meno se rapportato al suo status all'interno della squadra? Mi spiego meglio: se sono un big all'interno del network, le mie idee saranno prese maggiormente in considerazione? Se invece sono tra gli ultimi in classifica in termini di fatturato o partecipazione al concetto di squadra, quanto e quale peso avrà la mia voce in capitolo? Se non faccio nulla per contribuire, ma la mia squadra risulta vincente dall'esterno, posso dire fieramente di farne parte? Anche se so di non aver mosso un dito per contribuire alla crescita? E quanto fastidio potrebbe invece darmi il sapere di essermi sbattuto per la crescita della squadra, sapendo invece che ci sono elementi parassiti che non muovono un dito, ma vivono esclusivamente di rendita?

Quesiti interessanti. Tu che dirigi un'azienda, ti sei mai chiesto cosa pensano i tuoi dipendenti e collaboratori? Prova a rispondermi!

In teoria, e dico in teoria, in una squadra dovremmo essere tutti alla stessa stregua. Una squadra è fatta di vari elementi... ma il mondiale lo vince il pilota o la scuderia?

E proprio pensando alla classifica, ci siamo poi ricollegate al concetto di primi e ultimi.

Istituire gare aziendali, ha senso in un ambito in cui ci sono dei divari marcati e delle nette differenze? Il voler sottolineare di continuo la vittoria di un primo, di un secondo e di un terzo, sistematicamente e mensilmente, dove sempre, tranne rarissime eccezioni, sul podio ci sono sempre o quasi gli stessi nomi... che effetto può avere sugli ultimi? Può essere davvero considerato uno stimolo per migliorare? O più la convinzione che un tale divario sarà sempre più difficile da colmare... e quindi ottenere esattamente l'effetto opposto: un graduale allontanamento e isolamento dal network presso il quale ormai ci si sente totalmente estranei, abbandonati, per continuare col gergo automobilistico, "lasciati ai box".

Parlando con le mie colleghe mi sono resa conto che spesso, chi è sul podio lo ignora totalmente proprio perchè non si pone il "problema" di dover gareggiare, chi non ci è mai salito si è ormai auto convinto che mai ci salirà o che comunque il distacco è troppo e i parametri con i quali viene stilata la classifica sono decisamente troppo "matematici".

C'è stata una crescita di X% rispetto all'anno scorso, ma nessuno lo noterà. Ho ottenuto questo risultato utilizzando questo format... non è una buona cosa? Vorrei condividere un'idea con gli altri, ma forse è meglio se la tengo per me. 

E' questo il clima che si respira a volte tra i corridoi. E, secondo una mia personalissima opinione, è tutto riconducibile al voler classificare le persone, metterle in lista, chi è più bravo di chi, in cosa, quanto e quando lo ha fatto, numeri, percentuali, più e meno. Siamo diventati questo. Solo un mucchio di numeri da mettere in classifica. 

E se i primi sono i big, gli ultimi continueranno ad essere ultimi. Perchè non c'è spazio nè tempo per rimettere tutti sullo stesso piano. Ci sono ovvie differenze logistiche, di approccio al lavoro, differenze di concetto, di  mentalità... siamo tutti diversi. Ma se da mesi e mesi, viene fatta una classifica... e chi vince sono sempre gli stessi, forse è il caso di cambiare prospettiva? E non per far vincere a forza chi non vince mai e dar loro un "contentino". Ma perchè saper cogliere i piccoli miglioramenti e gli sforzi fatti da un piccolo per emergere, a volte può essere decisamente più stimolante e produttivo che osannare sempre e per l'ennesima volta i soliti big, la cui vittoria oramai è decisamente scontata. E non fa più notizia, nè rilascia stimoli di alcun genere. 

Io parlo di percezioni e di sensazioni e spesso (forse troppo), mi dimentico che quello che conta sono i numeri. Ma sono DAVVERO solo i numeri che contano? Una squadra è fatta di numeri? O di PERSONE che li fanno?

Se sbaglia uno, è colpa di tutti? Il mio concetto di lavoro di squadra

 

Qualche giorno fa è accaduto un episodio che mi ha fatta soffermare a riflettere su un argomento che trovo molto attuale, sia in ambito lavorativo che nella vita di tutti i giorni.

Mi sono ritrovata a chiedermi: quanto conta il singolo all'interno di una squadra? Mi spiego meglio: la squadra dovrebbe essere considerata un elemento unico a tutti gli effetti? oppure i singoli membri hanno specifiche responsabilità nei confronti dell'esterno?

Ed ecco l'episodio che mi ha fatto riflettere.

Era domenica mattina, il cielo era grigio e una pioggia torrenziale e fastidiosissima non accennava minimamente a diminuire. Con la mia famiglia abbiamo deciso di ordinare il pranzo al McDonald e di usufruire del servizio a domicilio: era la prima volta che lo testavo e quindi ero molto euforica! 

Tramite l'app ho ordinato il pranzo che è poi arrivato puntualissimo. Peccato che all'ordine mancassero ben 2 elementi direi fondamentali: si erano dmenticati di inserire 2 porzioni di patatine fritte.

Ho subito preso il telefono e chiamato il Mc per vedere se potevano riconsegnarmi le patatine mancanti. Purtroppo il servizio di consegna a domicilio Deliveroo di cui si serve il Mc viaggia su binari separati e non era quindi possibile per loro riprogrammare una consegna. Pertanto mi sono dovuta vestire, prendere la macchina e (sotto la pioggia torrenziale) raggiungere il Mc per farmi ridare le patatine che nel frattempo mi avrebbero fatte trovare pronte.

Già per telefono la responsabile con cui avevo parlato si era scusata più e più volte ma quello che mi ha lasciata perplessa sono state le sue parole una volta arrivata.

Oltre a scusarsi e ad offrirmi 2 porzioni ulteriori di patatine per rimediare (!) ha innanzitutto dichiarato di essere estranea all'errore "perchè lei non si occupa degli ordini" e quindi non era stata colpa sua, ma che grazie alla mia segnalazione avevavo potuto trovare il "colpevole" che quindi sarebbe stato redarguito e probabilmente richiamato in maniera ufficiale.

Ora io mi chiedo: in qualità di responsabile sarebbe stato più elegante e, in definitiva, meno "scarica barile", fare fronte compatto dicendo che si era trattato di un errore della "squadra"? Oppure così facendo, cioè comunicandomi che il colpevole sarebbe stato "assicurato alla giustizia" la responsabile pensava di tranquillizzarmi maggiormente?

Io le ho detto più e più volte che non volevo nessuna porzione supplementare, ma che avrei preferito di gran lunga aver ricevuto un servizio corretto senza dover uscire di casa.

E lei insisteva dicendo che il colpevole era stato localizzato e prontamente ammonito.

Da qui la mia riflessione principale: quanto conta il singolo in una squadra

E' corretto pensare che se si fa bene è merito di tutti ma se c'è un errore, dev'essere per forza l'errore di un singolo? E in quel caso cosa deve fare la squadra? Sostenersi nonostante gli errori di qualcuno o rendere noto il colpevole per salvaguardare gli elementi che agiscono in maniera corretta?

Ho sempre pensato che una squadra fosse da considerare come un elemento unico, un fronte unito e compatto sia nel bene che nel male. Mi rendo conto però che oggigiorno, sia nel lavoro che nella vita di tutti i giorni, il singolo tenda a voler primeggiare sulla squadra, o meglio, a volersi estraniare da essa in caso di errori o, peggio, di fallimenti.

Il fattore "rapporti col pubblico" sicuramente non è facilissimo da gestire e più componenti ci sono in una squadra, più è difficile emergere o comunque far notare il proprio talento dall'esterno. Mentre invece sembra facilissimo far notare gli errori di un singolo perchè in quel caso, per quel che ho potuto constatare, è un attimo essere messi alla gogna!

Queste riflessioni, francamente molto disconnesse in principio, mi hanno però portata ad una conclusione: lavorare in una squadra non è semplice! E lo so per esperienza: mettere d'accordo tante persone per far sì che seguano una stessa strategia o anche solo per far sì che vengano coinvolte in un processo creativo dove ci si aspetta che TUTTI diano il proprio contributo, è più complicato di quanto si pensi. Ma sono anche certa che se ognuno ha un proprio ambito specifico entro il quale operare, tutto l'ingranaggio riesca a funzionare bene. Non è giusto nemmeno che "lavorino sempre gli stessi" perchè tanto da fuori si vede una squadra! Internamente è comunque giusto e ugualmente importante premiare chi "si sbatte" e richiamare chi invece il proprio ingranaggio lo fa oliare sempre e solo agli altri.

D'altra parte è ovvio e normale che un problema, un intoppo, una svista possa capitare. Ma credo che in quel caso il o la responsabile debbano correggere il tiro e redarguire l'elemento che ha sbagliato necessariamente in privato. Mentre trovo che sia fondamentale continuare a mantenere una facciata unita all'esterno. Ovvero: avrei gradito di gran lunga che la repsonsabile del Mc mi avesse detto "guardi, ABBIAMO commesso un errore e CI SCUSIAMO". Il suo volersi estraniare a tutti i costi dall'accaduto e il suo puntare il dito su UNA PERSONA mi hanno lasciata interdetta. E lì ho capito cosa significa davvero essere supportati da una squadra.

Senza contare la marea di sensi di colpa che sono sopraggiunti poi per essere stata la causa della lavata di capo di quel ragazzo/ragazza... cioè, alla fine mi sono sentita io colpevole!

Morale della favola: se lavori in squadra e vinci, il successo è di tutti. Se lavori in squadra e perdi, perdono tutti. Per colpa di tutti, non di uno solo.

E quindi, cara la mia responsabile... forse è meglio se ti rivedi il concetto di "responsabile". E anche di squadra.