Scrivimi, confrontiamoci, parliamone!

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Se non trovi il tempo... cercalo meglio!

 

"Volevo chiamarti, ma non ho avuto tempo!".
"Non ho risposto al tuo messaggio perchè non ho trovato un minuto per farlo...".
Etc, Etc, Etc...
 
No dico ma... stiamo scherzando?
Il tempo è una delle cose più preziose che abbiamo. E proprio come tale, sembra non bastarci mai.
Abbiamo 24 ore a disposizione ogni giorno. Ma se ne avessimo 30, o 40, riusciremmo lo stesso a non fare tutto?
Mi verrebbe da dire che è tutta questione di pianificazione. E in effetti lo è. Ma se creare un planning trimestrale o mensile è troppo complicato e, per certi versi, scoraggiante... proviamo a farne uno settimanale.
 
Io impiego 15 minuti di tempo ogni domenica per pianificare ciò che devo fare nei 7 giorni successivi.
Ho stabilito dei macrogruppi (lavoro, famiglia, hobby/passioni), che suddivido poi in più piccole attività che mi concedono di spezzettare gli impegni e renderli più gestibili e "digeribili" all'interno del blocco giornata.
Fin qui tutto ok. Tutto fila liscio e il discorso non fa una piega.

Ma poi ci sono gli imprevisti, gli eventi inattesi, gli avvenimenti non calcolati che si prendono quel "pezzo" di tempo che avevamo deciso di dedicare ad altro... e in quel caso che si fa?

Esempio.
Sono le 8 di sera e mi siedo alla mia scrivania per scrivere un blog. E' mercoledì ed è il tassello della giornata che ho scelto di dedicare a questa mia passione, la scrittura, all'interno del mio planning settimanale.
Ad un certo punto, sul PC si apre la chat di WA: è una carissima amica e collega.
Mi racconta che ha un progetto, che vuole condividerlo con me... iniziamo a scambiarci idee.
E i minuti si trasformano in 2 ore.
Il tempo da dedicare al blog è finito e non ho scritto una parola. In cambio ho in testa tante idee che non vedo l'ora di mettere a frutto.

Come considero la serata?

Persa: mi toccherà ricollocare il blog togliendo tempo ad altro.

Oppure... guadagnata! Senza volerlo ho condiviso ed appreso idee che saranno utili anche a me!

IL TEMPO E' CIO' CHE NOI SCEGLIAMO DI ESSERE E DI FARE IN RELAZIONE A CIO' CHE ACCADE INTORNO A NOI.

Se ricevo un messaggio da un'amica, lo visualizzo e non le rispondo perchè non ho tempo, sto facendo un torto a lei. Ma anche a me.

Allora devo chiedermi: quanto è importante quell'amica da non riuscire a trovare un minuto di tempo per risponderle? Anche solo per dirle "ehi, ora sono un po' presa. Possiamo sentirci con calma in un altro momento?". E poi PIANIFICARE quel momento. Non lasciarlo cadere nel vuoto!
 
Non c'è niente di peggio che sentirci dire:
Appena ho un attimo, ti chiamo...
Appena ho un attimo, ti scrivo...
Passano i giorni, le settimane... e nulla.
 
Significa che non abbiamo TROVATO quel tempo? O che non ci interessava cercarlo?
Allora perchè prenderci in giro?
Perchè è dannatamente più elegante. 
Perchè ci fa sentire a posto con la nostra coscienza. 
Perchè ci permette di sentirci perfettamente organizzati e in linea con ciò che ci eravamo prefissati di fare.
 
Quindi, non rispondiamo.
E magari ci perdiamo occasioni, opportunità, scelte che potrebbero cambiare il corso delle cose.
Il famoso treno che passa solo una volta e al quale non possiamo permetterci di dire:
ADESSO NON HO TEMPO, RIPASSA PIU' TARDI!
 
Morale della favola?
Pianifica il tuo tempo, ma non lasciare che la sterile pianificazione tolga tempo alle sfumature della tua tela.
Potrebbero essere insignificanti. O essere il tocco che mancava a quella tela per renderla perfetta!

Dalle stalle alle stelle ⭐⭐⭐⭐⭐ L'importanza di gestire i feedback

 

Quante volte ci siamo sentiti dire...
"Poi fammi sapere come ti sei trovato... Se ti è piaciuto... Se la cosa ha funzionato".
 
E questo in tantissimi ambiti della nostra vita: ce lo chiedono gli amici riferendosi al ristorante o all'hotel in cui siamo andati, ce lo chiedono i negozianti quando ci congedano dopo un acquisto, ce lo chiedono praticamente ovunque anche online dopo aver scaricato un'app o aver usufruito di un servizio.
 
Perchè chiediamo un feedback ai nostri amici, ai nostri clienti? Ai fruitori dei nostri servizi, ai collaboratori dopo una riunione?
E' semplice! Perchè la loro opinione ci serve! Ci serve per capire se stiamo andando bene, se siamo sulla strada giusta o se dobbiamo raddrizzare il tiro.
Ci serve per capire DOVE e COME poter migliorare. In che misura e in quale ambito del nostro lavoro.
I feedback positivi ci stimolano e ci gratificano. Ma sono (ahimè) quelli negativi che paradossalmente ci servono di più. E sono proprio quelli che dobbiamo imparare a gestire nel migliore dei modi.
 
L'anno scorso lessi un bellissimo libro di Valentina Vellucci sul Relationship Marketing ("Fare marketing strategico usando il Relationship Marketing"). Libro che trattava, tra i vari argomenti, anche quello della gestione delle recensioni. Il libro mi colpì molto e lo consiglio vivamente!
 

Se è vero che con una tastiera, un utente è in grado di affossarci con la sua recensione, è anche vero che abbiamo tutto il diritto di riprenderci le stelline che ci ha tolto! 
 
E ci sono solo 2 modi per farlo:
 
1. innanzitutto rispondendo: è la prima cosa da fare. SEMPRE. Rispondere sempre alle recensioni. A TUTTE, soprattutto a quelle negative!
 
Scorro le recensioni dei luoghi che voglio visitare, dei negozi o dei ristoranti in cui voglio andare... e ne trovo a bizzeffe senza risposta! Non prestare attenzione al parere di un cliente non è decisamente un bel biglietto da visita. E le recensioni è come se lo fossero. Se non gestite, denotano scarso interesse verso il cliente!
 
2. migliorando il nostro servizio in modo che il nostro cliente si possa ricredere da sè su di noi. Dobbiamo invitarlo a darci nuovamente fiducia, a darci un'altra chance; dobbiamo porci con umiltà e dimostrarci pronti a un reale cambiamento. Dobbiamo MERITARE il suo feedback positivo.
 
Meglio di un cliente che lascia un feedback positivo, c'è solo un'altra cosa: c'è un cliente che ne aveva lasciato uno negativo ma che poi si è ricreduto. Significa che le sue parole sono servite, sono state ascoltate. Il suo parere ha avuto un peso, è stato preso in considerazione. E il cambiamento, in meglio, ha realmente avuto luogo.
 
Prendo due esempi di gestione del feedback, relativi a due episodi da me vissuti in prima persona.
Sono una Local Guide di Google per passione e mi piace lasciare la mia opinione relativamente ai luoghi che visito. Lo trovo utile!
 
Un paio di anni fa ero stata in un ristorante sul Lago d'Iseo. Mi ero trovata davvero molto male: tempi di attesa lunghissimi e personale di sala indisponente, poco affabile e decisamente scontroso. Assegnai al posto 2 stelle.
Qualche settimana fa, io e la mia famiglia siamo stati invitati a pranzo sul Lago e ci siamo ritrovati nel medesimo ristorante. Non ero propriamente euforica, visti i trascorsi. E invece, mi sono dovuta ricredere! Tempi di attesa rapidissimi, personale cordiale, disponibile, sorridente. Non sembrava lo stesso posto! Insomma: sono stata felice di poter convertire la mia recensione, motivandola, da 2 a 5 stelle! Ho sinceramente apprezzato gli sforzi e la volontà di rimediare, di cambiare, di MIGLIORARE!
 
Purtroppo non posso dire lo stesso per l'hotel in cui ho soggiornato quest'estate. Di problematiche ne ho riscontrate davvero tante: sia strutturali, sia relative ai servizi. Tante, troppe criticità.
Mi sono premurata, a soggiorno concluso, di inviare una mail dettagliata alla segreteria della struttura, per rendere edotti i proprietari di tutti i disservizi che io e la mia famiglia abbiamo dovuto sopportare nel corso della vacanza.
Beh, che ci crediate o no, la mail non ha sortito alcun effetto. Nessuna risposta.
Fiduciosa che si trattasse di un problema di posta elettronica, ho re-inviato la mail anche all'indirizzo delle direzione dell'hotel. Ebbene, sono trascorse circa 3 settimane. Ancora nessuna risposta.
 
Se qualcuno si fosse degnato di rispondere, con sincerità e umiltà, affrontando i problemi e cercando quantomeno di capire le mie motivazioni, credo fermamente che l'avrei apprezzato. Al di là di tutto, avrei comunque apprezzato un passo verso di me. Ma questo silenzio che giudico arrogante e pretestuoso, mi lascia totalmente basita e interdetta.
 
So che non è piacevole ricevere feedback negativi. Gestisco un'attività, è capitato anche a me. So bene che le opinioni dei nostri clienti non potranno mai essere rosee al 100% nei nostri confronti (anche se come obiettivo non è del tutto irraggiungibile).
 
Ma è proprio tornando sui nostri passi che possiamo capire il perchè del loro disappunto. E' confrontandoci con i NO e con i "1 STELLA" che capiamo dove stiamo sbagliando.
E' grazie a loro se possiamo tirare fuori il meglio di noi! Cosa che dovremmo sempre e comunque fare, ma spesso una spinta in più è quello che serve per un ulteriore sprint.
 
Quindi: rispondere SEMPRE ai feedback, rispondere SEMPRE alle recensioni, a TUTTE. Soprattutto a quelle NEGATIVE dev'essere uno dei nostri MUST.
Certo, farlo non ci trasformerà in santi agli occhi dei nostri clienti e non farà cambiare loro opinione come se avessimo usato una bacchetta magica.
 
Ma dimostreremo di essere APERTI, volenterosi, pronti a metterci in discussione e desiderosi di cambiare in meglio. E questo sarà il primo passo per riconquistarci la loro fiducia!
 
PS: avevo recensito l'hotel con 2 stelle... dopo le 2 mail senza risposta, ho abbassato la valutazione a una stella. Secondo voi è servito?

Gli ultimi saranno i primi... o continueranno a essere ultimi?

Qualche giorno fa confrontandomi con alcune colleghe del network di cui faccio parte, mi sono soffermata a riflettere su alcuni aspetti che fino a quel momento avevo sì preso in considerazione, ma non sotto questo punto di vista.

In una squadra, che lo si voglia o meno, come in tutte le squadre, ci sono i big, ci sono i giocatori di media importanza e poi ci sono quelli che fanno parte della squadra, ma di cui nessuno si ricorda.

Un po' come dire Michael Schumacher, Eddie Irvine e... se ti dico Mika Salo, sai chi è? 

Il punto è questo, facciamo tutti parte di una squadra. Ma ci sono quelli che fanno i numeri, quelli che vengono osannati, quelli che contribuiscono al bene della squadra anche se non sono sotto la luce dei riflettori, ci sono quelli che fanno parte della squadra ma nessuno sa che ci sono e poi ci sono quelli che non fanno numeri e non contribuiscono in alcun modo alla crescita della squadra. Ma sono sempre e comunque parte di essa. Quindi la domanda è: all'interno di una squadra quanto conta l'apporto in termini di fatturato, idee, progettazione, contenuti di un singolo membro? Conta più o meno se rapportato al suo status all'interno della squadra? Mi spiego meglio: se sono un big all'interno del network, le mie idee saranno prese maggiormente in considerazione? Se invece sono tra gli ultimi in classifica in termini di fatturato o partecipazione al concetto di squadra, quanto e quale peso avrà la mia voce in capitolo? Se non faccio nulla per contribuire, ma la mia squadra risulta vincente dall'esterno, posso dire fieramente di farne parte? Anche se so di non aver mosso un dito per contribuire alla crescita? E quanto fastidio potrebbe invece darmi il sapere di essermi sbattuto per la crescita della squadra, sapendo invece che ci sono elementi parassiti che non muovono un dito, ma vivono esclusivamente di rendita?

Quesiti interessanti. Tu che dirigi un'azienda, ti sei mai chiesto cosa pensano i tuoi dipendenti e collaboratori? Prova a rispondermi!

In teoria, e dico in teoria, in una squadra dovremmo essere tutti alla stessa stregua. Una squadra è fatta di vari elementi... ma il mondiale lo vince il pilota o la scuderia?

E proprio pensando alla classifica, ci siamo poi ricollegate al concetto di primi e ultimi.

Istituire gare aziendali, ha senso in un ambito in cui ci sono dei divari marcati e delle nette differenze? Il voler sottolineare di continuo la vittoria di un primo, di un secondo e di un terzo, sistematicamente e mensilmente, dove sempre, tranne rarissime eccezioni, sul podio ci sono sempre o quasi gli stessi nomi... che effetto può avere sugli ultimi? Può essere davvero considerato uno stimolo per migliorare? O più la convinzione che un tale divario sarà sempre più difficile da colmare... e quindi ottenere esattamente l'effetto opposto: un graduale allontanamento e isolamento dal network presso il quale ormai ci si sente totalmente estranei, abbandonati, per continuare col gergo automobilistico, "lasciati ai box".

Parlando con le mie colleghe mi sono resa conto che spesso, chi è sul podio lo ignora totalmente proprio perchè non si pone il "problema" di dover gareggiare, chi non ci è mai salito si è ormai auto convinto che mai ci salirà o che comunque il distacco è troppo e i parametri con i quali viene stilata la classifica sono decisamente troppo "matematici".

C'è stata una crescita di X% rispetto all'anno scorso, ma nessuno lo noterà. Ho ottenuto questo risultato utilizzando questo format... non è una buona cosa? Vorrei condividere un'idea con gli altri, ma forse è meglio se la tengo per me. 

E' questo il clima che si respira a volte tra i corridoi. E, secondo una mia personalissima opinione, è tutto riconducibile al voler classificare le persone, metterle in lista, chi è più bravo di chi, in cosa, quanto e quando lo ha fatto, numeri, percentuali, più e meno. Siamo diventati questo. Solo un mucchio di numeri da mettere in classifica. 

E se i primi sono i big, gli ultimi continueranno ad essere ultimi. Perchè non c'è spazio nè tempo per rimettere tutti sullo stesso piano. Ci sono ovvie differenze logistiche, di approccio al lavoro, differenze di concetto, di  mentalità... siamo tutti diversi. Ma se da mesi e mesi, viene fatta una classifica... e chi vince sono sempre gli stessi, forse è il caso di cambiare prospettiva? E non per far vincere a forza chi non vince mai e dar loro un "contentino". Ma perchè saper cogliere i piccoli miglioramenti e gli sforzi fatti da un piccolo per emergere, a volte può essere decisamente più stimolante e produttivo che osannare sempre e per l'ennesima volta i soliti big, la cui vittoria oramai è decisamente scontata. E non fa più notizia, nè rilascia stimoli di alcun genere. 

Io parlo di percezioni e di sensazioni e spesso (forse troppo), mi dimentico che quello che conta sono i numeri. Ma sono DAVVERO solo i numeri che contano? Una squadra è fatta di numeri? O di PERSONE che li fanno?

Se sbaglia uno, è colpa di tutti? Il mio concetto di lavoro di squadra

 

Qualche giorno fa è accaduto un episodio che mi ha fatta soffermare a riflettere su un argomento che trovo molto attuale, sia in ambito lavorativo che nella vita di tutti i giorni.

Mi sono ritrovata a chiedermi: quanto conta il singolo all'interno di una squadra? Mi spiego meglio: la squadra dovrebbe essere considerata un elemento unico a tutti gli effetti? oppure i singoli membri hanno specifiche responsabilità nei confronti dell'esterno?

Ed ecco l'episodio che mi ha fatto riflettere.

Era domenica mattina, il cielo era grigio e una pioggia torrenziale e fastidiosissima non accennava minimamente a diminuire. Con la mia famiglia abbiamo deciso di ordinare il pranzo al McDonald e di usufruire del servizio a domicilio: era la prima volta che lo testavo e quindi ero molto euforica! 

Tramite l'app ho ordinato il pranzo che è poi arrivato puntualissimo. Peccato che all'ordine mancassero ben 2 elementi direi fondamentali: si erano dmenticati di inserire 2 porzioni di patatine fritte.

Ho subito preso il telefono e chiamato il Mc per vedere se potevano riconsegnarmi le patatine mancanti. Purtroppo il servizio di consegna a domicilio Deliveroo di cui si serve il Mc viaggia su binari separati e non era quindi possibile per loro riprogrammare una consegna. Pertanto mi sono dovuta vestire, prendere la macchina e (sotto la pioggia torrenziale) raggiungere il Mc per farmi ridare le patatine che nel frattempo mi avrebbero fatte trovare pronte.

Già per telefono la responsabile con cui avevo parlato si era scusata più e più volte ma quello che mi ha lasciata perplessa sono state le sue parole una volta arrivata.

Oltre a scusarsi e ad offrirmi 2 porzioni ulteriori di patatine per rimediare (!) ha innanzitutto dichiarato di essere estranea all'errore "perchè lei non si occupa degli ordini" e quindi non era stata colpa sua, ma che grazie alla mia segnalazione avevavo potuto trovare il "colpevole" che quindi sarebbe stato redarguito e probabilmente richiamato in maniera ufficiale.

Ora io mi chiedo: in qualità di responsabile sarebbe stato più elegante e, in definitiva, meno "scarica barile", fare fronte compatto dicendo che si era trattato di un errore della "squadra"? Oppure così facendo, cioè comunicandomi che il colpevole sarebbe stato "assicurato alla giustizia" la responsabile pensava di tranquillizzarmi maggiormente?

Io le ho detto più e più volte che non volevo nessuna porzione supplementare, ma che avrei preferito di gran lunga aver ricevuto un servizio corretto senza dover uscire di casa.

E lei insisteva dicendo che il colpevole era stato localizzato e prontamente ammonito.

Da qui la mia riflessione principale: quanto conta il singolo in una squadra

E' corretto pensare che se si fa bene è merito di tutti ma se c'è un errore, dev'essere per forza l'errore di un singolo? E in quel caso cosa deve fare la squadra? Sostenersi nonostante gli errori di qualcuno o rendere noto il colpevole per salvaguardare gli elementi che agiscono in maniera corretta?

Ho sempre pensato che una squadra fosse da considerare come un elemento unico, un fronte unito e compatto sia nel bene che nel male. Mi rendo conto però che oggigiorno, sia nel lavoro che nella vita di tutti i giorni, il singolo tenda a voler primeggiare sulla squadra, o meglio, a volersi estraniare da essa in caso di errori o, peggio, di fallimenti.

Il fattore "rapporti col pubblico" sicuramente non è facilissimo da gestire e più componenti ci sono in una squadra, più è difficile emergere o comunque far notare il proprio talento dall'esterno. Mentre invece sembra facilissimo far notare gli errori di un singolo perchè in quel caso, per quel che ho potuto constatare, è un attimo essere messi alla gogna!

Queste riflessioni, francamente molto disconnesse in principio, mi hanno però portata ad una conclusione: lavorare in una squadra non è semplice! E lo so per esperienza: mettere d'accordo tante persone per far sì che seguano una stessa strategia o anche solo per far sì che vengano coinvolte in un processo creativo dove ci si aspetta che TUTTI diano il proprio contributo, è più complicato di quanto si pensi. Ma sono anche certa che se ognuno ha un proprio ambito specifico entro il quale operare, tutto l'ingranaggio riesca a funzionare bene. Non è giusto nemmeno che "lavorino sempre gli stessi" perchè tanto da fuori si vede una squadra! Internamente è comunque giusto e ugualmente importante premiare chi "si sbatte" e richiamare chi invece il proprio ingranaggio lo fa oliare sempre e solo agli altri.

D'altra parte è ovvio e normale che un problema, un intoppo, una svista possa capitare. Ma credo che in quel caso il o la responsabile debbano correggere il tiro e redarguire l'elemento che ha sbagliato necessariamente in privato. Mentre trovo che sia fondamentale continuare a mantenere una facciata unita all'esterno. Ovvero: avrei gradito di gran lunga che la repsonsabile del Mc mi avesse detto "guardi, ABBIAMO commesso un errore e CI SCUSIAMO". Il suo volersi estraniare a tutti i costi dall'accaduto e il suo puntare il dito su UNA PERSONA mi hanno lasciata interdetta. E lì ho capito cosa significa davvero essere supportati da una squadra.

Senza contare la marea di sensi di colpa che sono sopraggiunti poi per essere stata la causa della lavata di capo di quel ragazzo/ragazza... cioè, alla fine mi sono sentita io colpevole!

Morale della favola: se lavori in squadra e vinci, il successo è di tutti. Se lavori in squadra e perdi, perdono tutti. Per colpa di tutti, non di uno solo.

E quindi, cara la mia responsabile... forse è meglio se ti rivedi il concetto di "responsabile". E anche di squadra.

Fare la casalinga non equivale ad essere una serva!


Nel gruppo fb di mamme di cui faccio parte, sempre più spesso sento dire che i mariti che lavorano tutto il giorno, una volta a casa... stanchi e stressati, si mettono un'ora sotto la doccia e poi spaparanzati sul divano a guardare la tv.
E mi chiedo... perchè? Una donna che sta a casa, fa i mestieri, tira su i figli, gestisce la spesa, i pasti, le lavatrici etc... a sera non è anch'essa forse stanca e desiderosa di una doccia rigenerante e di una mezz'ora di fancazzismo davanti alla tv? Credo proprio di sì!
Allora perchè il marito ne ha DIRITTO e per la donna invece è una cosa scontata che non lo sia?
Cosa ha di meno il lavoro casalingo di quello fatto fuori casa? Una parola: STIPENDIO!
Chi porta il pane sulla tavola, merita il riposo. Chi lo cucina, no??
Parliamo di ragionamenti e di idee abbastanza cavernicole e, ahimè, ancora piuttosto sessiste, nonostante la parità sia in voga e di moda da qualche decennio, sentire ancora queste assurde differenze mi fa imbestialire. Anche perchè, diciamocelo, se la donna sta a casa, lo fa essenzialmente per i figli. Ma i figli non se li è fatti da sola! Diciamo che l'uomo ha avuto un ruolo non indifferente in questo! E quindi, una volta nato il pupo, dove sta scritto che sia solo della mamma quando è da sfamare e pulire. Mi sento rispondere: ma lui sta fuori casa tutto il giorno, vuole starsene solo un pò tranquillo. Giusto. Invece per la donna che è a casa di ramazza tutto il giorno è il carnevale di Rio.

Una sola parola: collaborazione! Non è difficile e non è impossibile.
Proviamo a capirne insieme il significato! "Collaborare" significa Dare il proprio contributo a un'impresa, un'attività o un progetto. Partecipare attivamente con altri alla realizzazione di un qualcosa, un lavoro o un'opera. Ma poi, ho trovato in google questa fantastica definizione che credo spieghi al meglio quello che cerco di esternare in questo momento: "Una collaborazione non è altro che una relazione sinergica tra due o più entità che lavorano insieme per produrre quialcosa di meglio di ciò che saprebbero fare da soli.

Quale definizione meglio di questa può spiegare la relazione tra due coniugi che si impegnano per far funzionare al meglio l'azienda "famiglia"? Lui lavora fuori casa, lei in casa, divisione dei compiti e fin qui ci siamo. Ma quando lui torna a casa, la sua casa - sottolineiamo che è anche sua - dai suoi figli - che sottolineiamo sono anche suoi - è giusto che continui a collaborare in casa!

Aiutando la moglie con i bambini, sollevandola da qualche piccolo lavoretto, dandole il cambio per fare la doccia... perchè ehi, magari anche lei ha bisogno di farsene una, no?
Io sono sempre stata fortunata da questo punto di vista. Mio marito mi ha sempre aiutata in tutto, ci siamo sempre divisi i compiti e anche con nostra figlia è sempre stato un valido supporto.
Forse anche per questo fatico a concepire le situazioni in cui il lui di turno se ne lava le mani e trova giusto e scontato riposarsi dopo il lavoro, senza alzare un dito in casa.

Magari mi ripeto ma: figli e casa sono di entrambi. Se uno mette il pane in tavola ha il diritto di tirare il fiato dopo una giornata di lavoro. Ma anche chi in casa ci sta tutto il giorno, con prole annessa, ne ha tutto il diritto. Parità dei sessi a tutti i costi? Se così volete chiamarla ok.
Altrimenti chiamiamolo buon senso.

Normalità: conquista o rassegnazione?


Giornate piene, caotiche, stancanti, estenuanti, gravose.
Oppure giornate serene, solitarie, tranquille, magari vuote, ma non di contenuti e pensieri.
Qualunque sia il nostro tipo di giornata, arriviamo a sera carichi di interrogativi: Avrò fatto tutto? Ho dimenticato qualcosa? Potrò farlo domani?
Ma soprattutto: la mia giornata è stata appagante? Se sì, in che misura lo è stata? Mi ha fatto crescere come individuo?
Se invece la risposta è no (e la cosa è un pò più grave), allora la domanda successiva sorge spontanea:
Perchè non lo è stata? Sto veramente vivendo la vita che voglio? O mi lascio trasportare dagli eventi senza tuttavia averne il minimo controllo?

La normalità (io la chiamo così) è una vita basata su ritmi tutto sommato tranquilli ed inquadrati: casa, lavoro, weekend, ferie...
Il fattore "emozioni forti" non è dato da un lavoro fuori dalle righr come la Rock Star o lo Stuntman;
semplicemente, chi vive "normalmente" sa che esiste un contorno: il lavoro, mero e puro mezzo di sostentamento, ma che le cose che contano sono altre, la famiglia, la salute, un tetto sopra la testa.

Quelle persone che invece cercano il brivido ad ogni angolo e che si permettono di dire "non potrei mai fare l'impiegato tutta la vita", secondo me, non hanno ancora trovato una loro collocazione in questo mondo. Una loro dimensione. Non è che queste persone siano ingrate o incoscenti. No, credo solo siano ancora un passo indietro rispetto al concetto di normalità, nel senso più ampio e positivo del termine.

Pensiamo ad un ragazzo disoccupato, che ha superato i trent'anni, vive ancora con la famiglia e non riesce a spiccare il volo perchè non ne ha i mezzi. Vorrebbe trovare una compagna di vita, mettere su casa, avere un lavoro fisso, magari dei figli. Avere una vita normale!

La normalità non è rassegnazione, standardizzazione, non significa uniformare la vita ad un qualcosa di grigio e piatto, sempre uguale, privo di stimoli ed emozioni.
La normalità è la conquista  di un livello superiore, l'abbracciare la prospettiva secondo la quale quello che ho, è quello che mi serve e che mi può bastare.
Non dico che non si debbano avere aspirazioni, sogni nel cassetto, desideri e speranze. Certo che bisogna averne!

Ma mentre camminiamo lungo il percorso della vita per raggiungerli, non dimentichiamoci di osservare, apprezzare e dare il giusto valore al paesaggio che ci circonda e a chi ci accompagna.

Cambiare look per voltare pagina?


L’ho sentito dire spesso e non ci ho mai creduto veramente.

Che un cambio di look servisse a voltare pagina, come la protagonista di “Sliding Doors” per esempio, che passa da un lungo e liscio castano ramato ad un caschetto biondo platino, ho sempre pensato fosse una cosa troppo semplice, non fattibile, non corrispondente a realtà.

Un tempo, anche io portavo lunghissimi capelli lisci, uniformi, tutti uguali… ne andavo fiera e pensavo che li avrei mantenuti così nel tempo finché avessi avuto respiro. Allora credevo che le cose sarebbero andate nel verso e nella direzione che IO avevo deciso e programmato.

Beh, invece le cose cambiano, eccome se cambiano (come direbbe la Ventura)!

Da impiegata dipendente a mamma disoccupata (e senza alcun preavviso, grrr! Approfondirò questo tema più avanti)… felicissima di essere mamma, un po’ meno di essere disoccupata; non che fare la mamma sia una passeggiata, ma decisi di dare un taglio alla mia lunga chioma. Per comodità forse? O forse inconsciamente per dare vita ad una nuova ME che andava lentamente delineandosi. Diciamo che li accorciai fin sulle spalle…

Qualche anno più tardi aprii la mia attuale attività: il negozio dell’usato per bambini. Un altro passo fondamentale nella mia vita: io diventavo il capo di me stessa, con tutti i diritti ed i doveri che questo comportava.
Trascorse qualche mese ed anche i miei capelli seguirono i miei cambiamenti, forse perché non mi sentivo più la giovincella spensierata di un tempo, ma una giovane donna “in carriera”.
Un bel taglio artistico piombato, corto dietro e lungo davanti.
Successivamente, ancora più corti, sbarazzini e leggeri, a testimoniare la mia voglia di vivere ancora e in modo spensierato, la mia vita che tutto sommato oggi, a dispetto delle tempeste del passato, ha finalmente preso una piega che amo: casa, famiglia, lavoro… mia figlia, il mio TESORO. Giornate e ritmi scanditi da orari, impegni, appuntamenti e 1000 cose da fare.
Ma se voglio staccare la spina, mettere un punto e poi ripartire da “zero”, allora mi prendo un paio d’ore di relax e corro dalla mia amica Laura di JLD. Lei mi guarda, mi sorride e mi dice “cosa facciamo”? Anche se in realtà ha già capito cosa voglio, quasi mi leggesse nel pensiero.
Quindi, non direi che per ogni grande cambiamento di vita sia seguito un radicale cambio di look. Direi piuttosto che mi è piaciuto cambiare il mio look, anche se di poco, per affrontare con occhi e testa diversi ogni piccolo / grande cambiamento di vita, quasi ad avere una nuova prospettiva sulle cose, una nuova visione d’insieme che mi permettesse di vedere nuovi spunti che magari fino ad allora non avevo considerato. Un taglio nuovo, una meche, una sfumatura di colore… cambiare capelli come cambiare testa. Se fosse così facile lo consiglierei a tanta gente! Per ora mi limito a farlo nella mia vita… ed ora vi lascio. Laura mi richiama al lavatesta, vedremo quali colorate novità le sue sapienti manine avranno messo in atto!

Cambiare acconciatura non vuol dire cambiare vita… ma a mio parere vederci diversi, può farci sentire diversi dentro, fuori, con noi stessi e in mezzo agli altri.

E poi grazie al cielo, se un taglio di capelli non ci piace, non c’è pericolo: i capelli ricresceranno. E questa è una certezza che niente e nessuno potrà portarci via!