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"Fai del bene e scordatene": la differenza tra aspettativa e riconoscenza!

 


Fai del bene e scordatene...

Me lo diceva sempre mia nonna quando mi capitava di raccontarle che avevo fatto un favore ad un'amica e che quando poi era servito un favore a me, quella stessa amica non si era comportata con me allo stesso modo.

O meglio, non come io avrei voluto. Non come io mi sarei aspettata.

Il detto che mi ripeteva mia nonna era semplice, semplicissimo. Ma col tempo l'ho decisamente interiorizzato e dopo anni (decenni!) ho finalmente compreso ciò che tentava di farmi capire!

Se voglio o posso fare qualcosa per il mio prossimo, sia esso un'amica, un familiare, un collega o anche semplicemente un cliente, io DEVO farlo. Ma non perchè in me nasca poi l'assurda, insensata e ingiustificata pretesa di meritarmi una contropartita.

Non devo fare un favore a qualcuno solo perchè mi auguro che quando io avrò bisogno di qualcosa, quel qualcuno farà lo stesso per me. Per tanti motivi, uno su tutti: non siamo tutti uguali.

E quel "fai del bene e scordatene" assume un significato ancora più ampio se rapportato al concetto di riconoscenza. Mi spiego.

Faccio un favore o una gentilezza a qualcuno. Punto. Finisce lì.

Quel qualcuno se ne ricorderà un giorno? Sarà grato per quel gesto magari banale o magari no, che però in quel momento per lui è stato importante... e mosso da riconoscenza vera e genuina, mi restituirà il favore?

Risposta: non è detto. Semplice!

Non dobbiamo fare nulla per nulla. Non dobbiamo aspettarci niente, non dobbiamo dare nulla per scontato e non dobbiamo fantasticare su un eventuale roseo epilogo nei nostri confronti.

Comportiamoci come ci detta il cuore e la coscienza, perchè sono gli unici ai quali dobbiamo rendere conto. 

Comportiamoci come crediamo sia giusto fare nei modi e nei tempi che riteniamo opportuni.

Non aspettiamoci riconoscenza e nemmeno un GRAZIE. Perchè non l'abbiamo fatto per quello.

Ma solo perchè in quel momento, in quel preciso istante, ci siamo sentiti ben disposti e in grado di farlo.

Quante volte abbiamo fatto qualcosa e non ci siamo sentiti nemmeno dire GRAZIE? Quante volte abbiamo creduto di poter essere utili e di poter guadagnare quantomeno la "riconoscenza" del nostro prossimo? 

Tante? Troppe? Ma di chi è la colpa? E' solo nostra! Colpa delle nostre aspettative troppo elevate, colpa di un mal celato senso di supposta modestia o, addirittura, colpa di una educazione al contrario che ci impone di aspettarci dal prossimo il medesimo trattamento che abbiamo riservato loro.

Non esiste una vera e propria soluzione per mettersi al riparo da delusioni e frustrazioni.

Credo che l'essere totalmente disillusi e disincantati ci renda alla lunga anche (ahimè) tremendamente freddi e insensibili, anche se in realtà siamo l'esatto opposto!

"Fai del bene e scordatene" diceva mia nonna.

Fai un favore se puoi, concedi una gentilezza, sii utile e fallo spontaneamente.

Quando hai finito, dimenticalo. Se un giorno qualcuno ti dirà grazie o ti dimostrerà riconoscenza, sarà un "di più". Sarà un qualcosa di inatteso e imprevisto e per questo ancor più apprezzato e stimato.

Ma non lasciare mai che il tuo essere utile o le tue gentilezze disinteressate diventino il bersaglio di persone meschine e ipocrite. Perchè purtroppo gli approfittatori sono sempre dietro l'angolo.

E ormai, dovremmo saperlo: essere disponibili, non significa essere a disposizione.

 

Dalle stalle alle stelle ⭐⭐⭐⭐⭐ L'importanza di gestire i feedback

 

Quante volte ci siamo sentiti dire...
"Poi fammi sapere come ti sei trovato... Se ti è piaciuto... Se la cosa ha funzionato".
 
E questo in tantissimi ambiti della nostra vita: ce lo chiedono gli amici riferendosi al ristorante o all'hotel in cui siamo andati, ce lo chiedono i negozianti quando ci congedano dopo un acquisto, ce lo chiedono praticamente ovunque anche online dopo aver scaricato un'app o aver usufruito di un servizio.
 
Perchè chiediamo un feedback ai nostri amici, ai nostri clienti? Ai fruitori dei nostri servizi, ai collaboratori dopo una riunione?
E' semplice! Perchè la loro opinione ci serve! Ci serve per capire se stiamo andando bene, se siamo sulla strada giusta o se dobbiamo raddrizzare il tiro.
Ci serve per capire DOVE e COME poter migliorare. In che misura e in quale ambito del nostro lavoro.
I feedback positivi ci stimolano e ci gratificano. Ma sono (ahimè) quelli negativi che paradossalmente ci servono di più. E sono proprio quelli che dobbiamo imparare a gestire nel migliore dei modi.
 
L'anno scorso lessi un bellissimo libro di Valentina Vellucci sul Relationship Marketing ("Fare marketing strategico usando il Relationship Marketing"). Libro che trattava, tra i vari argomenti, anche quello della gestione delle recensioni. Il libro mi colpì molto e lo consiglio vivamente!
 

Se è vero che con una tastiera, un utente è in grado di affossarci con la sua recensione, è anche vero che abbiamo tutto il diritto di riprenderci le stelline che ci ha tolto! 
 
E ci sono solo 2 modi per farlo:
 
1. innanzitutto rispondendo: è la prima cosa da fare. SEMPRE. Rispondere sempre alle recensioni. A TUTTE, soprattutto a quelle negative!
 
Scorro le recensioni dei luoghi che voglio visitare, dei negozi o dei ristoranti in cui voglio andare... e ne trovo a bizzeffe senza risposta! Non prestare attenzione al parere di un cliente non è decisamente un bel biglietto da visita. E le recensioni è come se lo fossero. Se non gestite, denotano scarso interesse verso il cliente!
 
2. migliorando il nostro servizio in modo che il nostro cliente si possa ricredere da sè su di noi. Dobbiamo invitarlo a darci nuovamente fiducia, a darci un'altra chance; dobbiamo porci con umiltà e dimostrarci pronti a un reale cambiamento. Dobbiamo MERITARE il suo feedback positivo.
 
Meglio di un cliente che lascia un feedback positivo, c'è solo un'altra cosa: c'è un cliente che ne aveva lasciato uno negativo ma che poi si è ricreduto. Significa che le sue parole sono servite, sono state ascoltate. Il suo parere ha avuto un peso, è stato preso in considerazione. E il cambiamento, in meglio, ha realmente avuto luogo.
 
Prendo due esempi di gestione del feedback, relativi a due episodi da me vissuti in prima persona.
Sono una Local Guide di Google per passione e mi piace lasciare la mia opinione relativamente ai luoghi che visito. Lo trovo utile!
 
Un paio di anni fa ero stata in un ristorante sul Lago d'Iseo. Mi ero trovata davvero molto male: tempi di attesa lunghissimi e personale di sala indisponente, poco affabile e decisamente scontroso. Assegnai al posto 2 stelle.
Qualche settimana fa, io e la mia famiglia siamo stati invitati a pranzo sul Lago e ci siamo ritrovati nel medesimo ristorante. Non ero propriamente euforica, visti i trascorsi. E invece, mi sono dovuta ricredere! Tempi di attesa rapidissimi, personale cordiale, disponibile, sorridente. Non sembrava lo stesso posto! Insomma: sono stata felice di poter convertire la mia recensione, motivandola, da 2 a 5 stelle! Ho sinceramente apprezzato gli sforzi e la volontà di rimediare, di cambiare, di MIGLIORARE!
 
Purtroppo non posso dire lo stesso per l'hotel in cui ho soggiornato quest'estate. Di problematiche ne ho riscontrate davvero tante: sia strutturali, sia relative ai servizi. Tante, troppe criticità.
Mi sono premurata, a soggiorno concluso, di inviare una mail dettagliata alla segreteria della struttura, per rendere edotti i proprietari di tutti i disservizi che io e la mia famiglia abbiamo dovuto sopportare nel corso della vacanza.
Beh, che ci crediate o no, la mail non ha sortito alcun effetto. Nessuna risposta.
Fiduciosa che si trattasse di un problema di posta elettronica, ho re-inviato la mail anche all'indirizzo delle direzione dell'hotel. Ebbene, sono trascorse circa 3 settimane. Ancora nessuna risposta.
 
Se qualcuno si fosse degnato di rispondere, con sincerità e umiltà, affrontando i problemi e cercando quantomeno di capire le mie motivazioni, credo fermamente che l'avrei apprezzato. Al di là di tutto, avrei comunque apprezzato un passo verso di me. Ma questo silenzio che giudico arrogante e pretestuoso, mi lascia totalmente basita e interdetta.
 
So che non è piacevole ricevere feedback negativi. Gestisco un'attività, è capitato anche a me. So bene che le opinioni dei nostri clienti non potranno mai essere rosee al 100% nei nostri confronti (anche se come obiettivo non è del tutto irraggiungibile).
 
Ma è proprio tornando sui nostri passi che possiamo capire il perchè del loro disappunto. E' confrontandoci con i NO e con i "1 STELLA" che capiamo dove stiamo sbagliando.
E' grazie a loro se possiamo tirare fuori il meglio di noi! Cosa che dovremmo sempre e comunque fare, ma spesso una spinta in più è quello che serve per un ulteriore sprint.
 
Quindi: rispondere SEMPRE ai feedback, rispondere SEMPRE alle recensioni, a TUTTE. Soprattutto a quelle NEGATIVE dev'essere uno dei nostri MUST.
Certo, farlo non ci trasformerà in santi agli occhi dei nostri clienti e non farà cambiare loro opinione come se avessimo usato una bacchetta magica.
 
Ma dimostreremo di essere APERTI, volenterosi, pronti a metterci in discussione e desiderosi di cambiare in meglio. E questo sarà il primo passo per riconquistarci la loro fiducia!
 
PS: avevo recensito l'hotel con 2 stelle... dopo le 2 mail senza risposta, ho abbassato la valutazione a una stella. Secondo voi è servito?

Diverso = cattivo? Ma... diverso da chi?


Vi siete mai sentiti invisibili ad una festa piena di persone felici e perfette?
Sistematicamente lasciati in disparte in occasione di cene con lunghe tavolate?
Avete mai la sensazione di essere su una scala che dovrebbe portarvi al vostro obiettivo ed invece, ogni volta, qualcosa vi spinge giù per i gradini costringendovi a ripartire da capo?
E di essere la voce fuori dal coro in un gruppo di persone che professano la democrazia e che invece vi additano come guastafeste?

Io credo che, almeno una volta nella vita, a tutti sia capitato, a chi più a chi meno.
E come ci si deve sentire in questi casi: diversi? strani? insoliti? difformi?
E ammesso che ci si senta tali, chi ha detto che il tutto debba assumere per forza un'accezione negativa? Mi spiego.
La società in cui viviamo e l'epoca in cui viviamo, ci hanno (ahimè) plasmato in modo tale da farci credere che chi sia "diverso" da noi, sia fondamentalmente "sbagliato", fuori posto diciamo.
Per questo motivo, se non si è come i più, come l'elite, si è da emarginare, da tenere a distanza.
Da qui l'accezione negativa di "diverso" che fa pensare a qualcosa di diabolicamente cattivo, non conforme o addirittura pericoloso.

Io invece credo che ogni cosa, proprio perchè diversa e per questo a noi ignota, vada in primis studiata, capita, elaborata. Dio (o chi per lui) ci ha dotato di un intelletto (almeno la maggior parte di noi, mi piace pensare) e quindi mi chiedo perchè... perchè fermarsi alla superficie delle cose, quando sarebbe tanto più bello, più costruttivo e, in definitiva, più interessante, sapere chi/cosa c'è di fronte a noi?

E quindi, per tornare alle nostre sensazioni iniziali... siamo ad una festa di persone che non ci cagano e ci sentiamo invisibili. Siamo noi i diversi o gli altri...? Ma soprattutto: cosa diavolo ci facciamo ad una festa in cui sembra di non avere nulla a che spartire con il 99% degli invitati? Risposta: alzo i tacchi e me ne vado? No! Mi sveglio e provo a socializzare, se gli altri sono così diversi da me, in cosa lo sono SE lo sono, o sono io l'asociale? e se è così, perchè è così? Non posso sentirmi incompresa se sono la prima a non fare il primo passo. Ergo: se gli altri mi dribblano è perchè sono io l'asociale forse? 

Perchè alle cene con lunghe tavolate finiamo sempre nell'angolo sfigato dove alla fine della fiera trascorriamo la serata in silenzio?? Ma siamo o non siamo noi inconsciamente a metterci in disparte proprio per non metterci in evidenza... ergo: se uno non parla mai, perchè dovrei sedermi accanto a lui? quindi il cambamento deve partire da me, prima di pensare che gli altri siano diversi e cattivi.

La vetta della scala è irraggiungibile perchè qualche forza arcana gode nel buttarci giù ogni volta che stiamo per raggiungerla? Ma siamo assolutamente certi che la scala sia davvero il percorso migliore per arrivare al nostro obiettivo? O meglio, che sia il percorso più opportuno? Oppure siamo noi, autoflagellatori di noi stessi che godiamo nel rimanere sconfitti e sguazzare nel vittimismo?
Perchè non aggiriamo l'ostacolo, troviamo strade alternative o... prendiamo l'ascensore?

E infine, perchè le persone mi chiamano guastafeste per il solo fatto di non pensarla come loro?
Sono persone malvagie e crudeli? Hanno la cattiveria insita nel loro DNA?
Oppure quando ho esposto il mio parere contrario al loro l'ho fatto con prepotenza ed arroganza? Sono stata io la "cattiva" nell'esporre il mio punto di vista, facendolo passare come l'unico e possibile.


Beh, cari amici: le diversità esistono eccome. Ma credo che a volte non siano gli altri ad essere diversi da noi, ma che siamo noi ad essere diversi da loro. Sembra un gioco di parole ma se ci pensate è così. Io credo nel fatto che essere tutti uguali e fatti in serie non sia una risorsa. E che essere diversi sia una fonte di ispirazione. L'importante è capire che l'essere "diversi" non sia una cosa negativa e che come tale non deve essere vissuta. Inoltre il cambiamento, se vogliamo, può e deve partire da noi. E non per essere accettati o per uniformarci alla massa. Ma semplicemente per proclamare che la nostra diversità è parte di noi e che abbiamo il diritto di viverla senza essere giudicati.

Arroganza e superiorità... due brutte bestie da tenere in gabbia!


Sentirsi i migliori, sempre e in ogni campo, screditare gli altri per elevare noi stessi al di sopra di tutto e tutti, non condividere le idee di qualcuno e voler imporre ad ogni costo le proprie come verità assolute ed inconfutabili!
DETESTO QUESTO TIPO DI PERSONE!
In primis perchè sono persone mediocri, limitate, maleducate e (fondamentalmente) ignoranti.

Ora, io posso capire che al mondo ci siano cose giuste e sbagliate. Ma è una mia opinione!
E tale deve restare. Non devo per forza convincere il mio interlocutore che io ho ragione e lui torto... esistono i punti di vista diversi vivaddio!

Ed ecco che la lingua italiana ci viene in aiuto spiegandoci in termini facili e comprensibili cosa significa ARROGANTE. "Arrogante" non è un insulto che facciamo a qualcuno che ci sta particolarmente sulle balle, l'arrogante è colui che si "arroga" un qualcosa, si autoattribuisce, chiede o meglio pretende ciò che non gli è dovuto.

Pertanto l'arrogante, a casa mia, è una persona che magari potrebbe anche avere ragione, ma che per il solo fatto di volersi arrogare tale ragione, la sua prepotenza e la sua tracotanza lo fanno passare dalla parte del torto.
Per ogni cosa, anche semplicemente per comunicare una opinione, ricordiamoci che c'è sempre MODO e modo.

Non è assolutamente necessario aggredire chi ci sta di fronte, seppellirlo di parolacce, insulti o ramanzine di ogni genere per farlo passare dalla nostra parte della barricata. Perchè che noi ci crediamo o meno, anche chi ci sta di fronte può avere una sua opinione, un suo modo di vedere le cose, una sua prospettiva o una sua visione d'insieme. E, pensa un pò... se l'ascoltassimo potrebbe persino essere interessante. SE l'ascoltassimo. Ma siamo troppo superiori e migliori per ascoltare la verità degli altri. Noi la nostra ce l'abbiamo in tasca, di verità... e ce la teniamo ben stretta, senza possibilità di modifiche o ripensamenti.

Beata ignoranza! L'arroganza e la superiorità sono due brutte bestie da mettere in gabbia, perchè non ci permettono di conoscere quello che sta al di là del nostro naso. Non ci permettono di crescere, di confrontarci, di sperimentare e di sapere.
L'umiltà invece, la capacità di metterci in gioco, di cambiare idea e di discutere con il prossimo, questo sì... fa di noi persone migliori, più aperte, malleabili e predisposte ai rapporti.

Ricordate: la persona colta ha sempre da imparare, la persona ignorante sempre da insegnare!

Un consiglio, magari scontato, ma che va sempre in voga quando avete a che fare con persone arroganti e che si sentono superiori?
"Non ti curar di lor, ma guarda e passa...", il grande Dante aveva già capito tutto!

"Il silenzio è una discussione portata avanti con altri mezzi"

Persone che ti dicono quello che devi fare, persone che dicono di ascoltarti (te e le tue esigenze), mentre in realtà hanno già deciso cosa fare anche senza aver ascoltato la tua opinione.
Persone che ti chiedono, che esigono, pretendono, elargiscono consigli non richiesti, insegnano, predicano, persone che tentano di importi idee, pensieri, stili di vita, strategie aziendali, religioni, tecniche per avere / allevare figli, dimagrire, guadagnare… tutto senza minimamente fermarsi un attimo a riflettere e chiedersi: chi è la persona che ho davanti? Questa persona ha qualcosa da dire? Potrebbe arricchire a sua volta il mio background con i suoi di pensieri? Con le sue idee, le sue opinioni, in tre parole: il suo PUNTO DI VISTA?

Dall’altra parte, chi è succube di questa sorta di dittatorialità psicologica, annaspa, come un tizio che non sa nuotare e si è spinto troppo oltre la riva. Tenta di controbattere, di dire la sua, di riemergere, di farsi spazio e strada, di far udire la propria voce e di non soccombere. In una parola: di REAGIRE.

Eppure è difficile, e lo dico per esperienza. Far sentire la propria voce in un oceano di caos, indifferenza e maestri del “so tutto i, fai così che lo dico io”, è un’impresa titanica.
E io sono per la reazione. Lo sono sempre stata.
Sono per il non stare zitti, per far valere le proprie idee, per non lasciare cadere nel vuoto la propria prospettiva. Insomma, prima di cedere, bisogna sbatterci il grugno!

Ma poi arriva un momento, sarà l’età che avanza (!), in cui il fuoco che prima ardeva in noi e che esplodeva come una bomba ad ogni contraddizione, si affievolisce un poco.
E alla “reazione uguale e contraria”, si passa ad una discussione di tipo più diplomatico e pacato (per quanto possibile).
Arriva poi il punto a cui sono arrivata io. E non sono un’esperta in materia perché ci sono arrivata anche io da poco.
Il valore inestimabile del silenzio. Sì, del SILENZIO.
Perché sprecare tempo, voce ed energie con chi non lo merita?

 Hai un’opinione diversa dalla mia? Ok, non la condivido, ma lascio che tu la esprima.
E’ il mio turno? Non importa, starò zitta. In silenzio.
Perché so come la penso e come invece non vorrò pensarla. Tengo i miei pensieri per me e li esterno solo a coloro veramente interessati ad ascoltarli.

Il silenzio è un grandissimo VALORE.
Non è solo sinonimo di discrezione e di timidezza come si poteva pensare un tempo. Ma è anche sintomo di grande calma interiore, di riflessività, di apertura mentale.

In definitiva: VIVI E LASCIA VIVERE!
Perché chi hai di fronte sarà più interessato a sapere cosa pensi vedendoti in silenzio, piuttosto che sentirsi urlare in faccia la tua idea. Apprezzerà la tua calma, a discapito dell’irruenza e prediligerà la tua indole ad ascoltare, prima di voler imporre il tuo punto di vista.
Resta in silenzio. Ascolta.
Se ne vale la pena, controbatti.
Altrimenti continua a stare in silenzio.

Come diceva il buon vecchio Oscar Wilde:
A volte è meglio tacere e sembrare di essere stupidi, piuttosto che aprire bocca e togliere ogni dubbio”.

L’orgoglio appartiene ai forti?



Mi è capitato dozzine di volte, nell’arco della mia vita, di sentirmi dire “metti da parte l’orgoglio e torna sui tuoi passi”. Credo di essere sempre stata una persona orgogliosa, non piena di me, saccente o arrogante (caratteristiche che peraltro detesto nelle persone perché presuppongono il fatto di sentirsi in qualche modo superiori, per un motivo o per l’altro, ma di sottolinearlo con cattiveria), ma di essere semplicemente una persona come tante (purtroppo o per fortuna) che quando sa di avere ragione, porta avanti la sua idea fino alla fine, a costo di scontrarsi anche con chi ama. O almeno, una volta ero così.
Ora credo che le cose siano cambiate, ma perché? A causa di chi o cosa? E il fatto di essere meno orgogliosa, è una debolezza o è invece sintomo di crescita e di maturità?
Andiamo con ordine.

Una cosa è rendere orgoglioso qualcuno di noi. Esempio: quando ero una giovane studentessa e prendevo buoni voti a scuola, ero contenta di sentir dire dai miei genitori “siamo orgogliosi di Raffy”, questa cosa mi faceva sentire apprezzata e mi infondeva una carica di autostima davvero elettrizzante. Tuttavia crescendo e rapportandomi con altre persone, dell’altro sesso nell’ambito di relazioni affettivo\sentimentali, ma anche dello stesso sesso e quindi con amiche e coetanee di scuola, nel periodo dell’adolescenza ho fatto 2 sorprendenti scoperte:
  1. Non siamo tutti uguali
  2. Non la pensiamo tutti allo stesso modo
Concetti scontati? No, non credo.
Da qui, gli scontri, i litigi e le discussioni dove la personalità più forte (o quella che credevo essere più forte) tentava di imporre il proprio punto di vista ed io, che avevo “sicuramente” ragione (perlomeno nella mia testa) mi chiudevo a riccio e, ben nascosta tra le mura del mio orgoglio, non cedevo di un millimetro per addivenire ad un compromesso. Aspettavo, aspettavo e aspettavo ancora, finché quel qualcuno (più debole ai miei occhi) non tornava indietro pronto a negoziare. Solo dopo molti anni mi sono resa conto che non era debolezza, ma maturità.
Quanto tempo perso… ore, giorni, settimane, in attesa di un crollo. Quando sarebbe stato molto più bello, pacifico e in definitiva più costruttivo, ritornare sui miei passi e ritrattare la mia posizione, non perché il mio punto di vista NON fosse giusto. Ma perché, forse, confrontandomi con il mio prossimo, avrei potuto plasmarlo, condividerlo, ARRICCHIRLO.
Direi che la svolta è avvenuta dopo l’incontro con mio marito, anche lui un pochino orgoglioso, ma mai quanto me!
Per lui “la ragione e il torto stanno sempre nel mezzo”. Con questo non vuol dire che me le abbia date tutte vinte, ma che con lui è impossibile non parlare, discutere, urlare, sbranarsi e poi, inevitabilmente, riconciliarsi.
Non sono una persona particolarmente religiosa, ma ho cercato di fare mia una frase di Papa Francesco che secondo me centra perfettamente il discorso:
Mai finire la giornata senza aver fatto pace”.
Ha Ragione!
Una giornata persa per orgoglio è di fatto una giornata PERSA. E la vita è troppo breve per sprecarla con l’orgoglio.
E’ di gran lunga più salutare una bella discussione, che un silenzio privo di stimoli, di argomenti, di chiarimenti. A che serve stare zitti, quando la cosa più bella che ci sia è RISOLVERE!
Quindi ben venga l’orgoglio che chi ci ama prova per noi, che questo diventi motivo di miglioramento, di crescita personale e professionale e di sprono per raggiungere risultati sempre più elevati (anche se in realtà dovremmo farlo per noi stessi e non per compiacere chicchessia).
Ma un vigoroso e prepotente NO all’orgoglio come barricata, muro, ostacolo che si interpone tra noi e chi ci ama al solo scopo di pretendere di avere ragione, senza minimamente soffermarci sulla seppur minima possibilità che anche l’altro potrebbe avere ragione, o che con le sue argomentazioni potrebbe farci ragionevolmente cambiare idea.
Ritornare sui propri passi è sintomo di intelligenza e maturità, perché “solo gli stupidi non cambiano mai opinione” (cit.).

Vi state quindi chiedendo se l’amore mi ha cambiata? E se ho fatto bene a cambiare in nome dell’amore, anziché rimanere fedele alla mia personalità?
La mia risposta è: sì, sono cambiata GRAZIE all’amore. E lo ringrazio di avermi resa migliore.