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Se ti rende felice, fallo! O no...?

"Se ti rende felice, fallo!".

Sei d'accordo con questa affermazione?

O credi sia piuttosto un alibi per permettere a noi stessi di non fare i conti con la nostra coscienza?

Mi spiego: se dico a me stesso "dai fallo, così sarai felice", chi se ne importa se per soddisfare la mia felicità, per raggiungere i miei obiettivi, mi toccherà calpestare altre persone, i LORO obiettivi, i loro sentimenti...?

In realtà credo che il confine sia molto sottile, sottilissimo. Quasi impercettibile.

Se poniamo attenzione ai sentimenti altrui, alle esigenze delle persone, ai loro bisogni, finiamo molto spesso per mettere in secondo piano i nostri. Finiamo con lo sminuire ciò che ci renderebbe felici, per dare spazio, tempo e importanza a ciò che invece desiderano gli altri.

Questo fa di noi persone empatiche, "misericordiose", premurose... o piuttosto ci rende dei martiri?

Possiamo realmente dire a noi stessi: metto in primo piano la mia felicità a costo di far male agli altri?

Io credo che la nostra coscienza ce lo impedisca. Credo che anche solo per il fatto che ci stiamo ponendo il quesito, già solo per quello dimostriamo di avere una sensibilità maggiore di quella che vorremmo far credere, persino a noi stessi. Probabilmente non ce la faremmo. 

In verità io credo che la felicità sia raggiungibile e che possa essere completa solo quando siamo certi di averla raggiunta in modo "onesto", senza aver deliberatamente calpestato qualcuno per ottenerla.

Non crediamo noi forse che la verità ci renda liberi? Che la felicità ci renda superiori rispetto alla mediocrità che vive in terra? Che essere realizzati ci renda in qualche modo immuni da sterili polemiche e da piagnistei inutili?

Io credo che nel momento in cui troviamo la nostra strada, o anche solo nel momento in cui decidiamo quale sia il nostro percorso, ecco che tutto ciò che è intorno a noi, che ci frena e ci limita, assume contorni indefiniti, quasi come se ignorarlo, lasciarcelo alle spalle, sia la cosa più giusta da fare, per raggiungere la felicità. 

Eppure, come dicevo prima, la felicità è una nostra responsabilità. E come tale va gestita con coscienza.

Vuoi fare una cosa perchè sai che ti renderà felice?

Falla!

Ma sarai altrettanto felice sapendo che per esserlo, avrai rovinato la felicità altrui?

E gli altri, si porrebbero la stessa domanda nei tuoi confronti? Se ti dicessi "NO" la tua opinione cambierebbe?

Non gestire una delusione ci rende meno forti (?)

 


Partiamo come sempre dalla definizione letterale del termine per poi sviscerare i come e i perchè...

Secondo sua Maestà Google, la delusione è 
"Disagio morale provocato da un risultato contrario a speranze, previsioni
 
e
 
Un fatto che smentisce o vanifica ogni aspettativa".
 
E quindi, sembra tutto molto chiaro.
 
Ci si aspetta qualcosa, quella cosa non si verifica. Noi siamo delusi.
Non fa una piega.
 
Oppure,  pensiamo di riuscire a fare qualcosa, di ottenere un risultato... quel risultato o quel qualcosa al quale aspiriamo non si realizza, la delusione si materializza.

La domanda che ho imparato a pormi è:
Perchè sono delusa? 
Ho fatto tutto ciò che era in mio potere per raggiungere il mio risultato e nonostante ciò, non ci sono riuscita?
E se l'obiettivo che mi sono posta fosse stato troppo sfidante?
O materialmente impossibile per le mie possibilità / attitudini?

E ora qualcuno giustamente dirà: eh certo, non hai raggiunto il tuo obiettivo, il tuo io cerca degli alibi mentali per giustificarsi. Trova delle scuse a sua discolpa.
Io non credo sia così.

Credo piuttosto che a volte (o più spesso di quanto si creda), siamo portati (autonomamente o guidati da chi ci sta intorno, dai media, dai modelli che spopolano sui social) ad autoimporci degli obiettivi, dei traguardi, dei risultati... che in effetti sono al di là del reale e fattibile raggiungimento.
Questo porta inesorabilmente ad una disfatta, ma non perchè non ci siamo impegnati o non ci abbiamo messo tutta la passione di cui siamo capaci.
Semplicemente perchè quell'obiettivo, quel traguardo, quel risultato era al di fuori della nostra portata.

In automatico scatta un senso di colpa, ma perchè? e soprattutto, ci serve?
La risposta è ovviamente no.

Pensiamo a un altro tipo di situazione.
Conosciamo una persona, da tanto o da poco tempo, poco importa.
Succede qualcosa e quella persona si comporta in un determinato modo. In un modo che non ci aspettiamo, che non condividiamo, che ci urta o addirittura ci ferisce.
Siamo portati a dire che quella persona ci ha delusi.
Ma perchè? Perchè non ha detto o fatto ciò che NOI avremmo detto o fatto?
O perchè secondo il nostro metro di giudizio quel comportamento non è meritevole, rispettoso e corretto?

La verità è che le persone sono fatte in un determinato modo. E non cambiano, quasi mai. Si rivelano a poco a poco.
E noi non abbiamo il diritto di essere delusi, perchè queste persone semplicemente manifestano il loro vero modo di essere.
E quindi ancora una volta è colpa nostra, perchè ci aspettavamo di più? Perchè pensavamo di aver riposto la nostra fiducia in persone migliori e che invece alla fine si sono rivelate ipocrite e mendaci?

No, non credo. Non abbiamo colpe!
L'unica cosa che possiamo fare è imparare, come sempre, dagli errori.
Imparare a dosare la confidenza che concediamo alle persone, dando per scontato che faranno lo stesso per noi. Così come l'aiuto che abbiamo dato loro, pensando che un giorno faranno lo stesso per noi.
Impariamo ad essere più tolleranti con gli altri, a non aspettarci niente di più di ciò che in realtà possono darci.

E impariamo a non pretendere da noi stessi ciò che non possiamo materialmente realizzare.
Diamoci obiettivi graduali e raggiungibili, incoraggianti e stimolanti.
E circondiamoci di persone che possono davvero renderci migliori. Non solo promettercelo.

Quando la solitudine diventa un plus... (?)

 


Parliamo di solitudine e magari non sappiamo di cosa stiamo parlando.

Per definizione la solitudine è 

"L'esclusione da ogni rapporto di presenza o vicinanza altrui desiderato o ricercato come motivo di pace o di raccolta intimità"...

...e quindi parrebbe essere anche tutto sommato uno stato di grazia, un bisogno, una necessità fisica e mentale di staccare la spina da abitudini, da luoghi e soprattutto da persone tossiche. Insomma isolarsi da tutte quelle cose che ci soffocano, che non ci fanno crescere, che non ci arricchiscono (nel senso più spirituale del termine).

E' pur vero, tuttavia, che lo stesso sostantivo possiede anche un'altra accezione:

"L'esclusione da ogni rapporto di presenza o vicinanza altrui sofferto in conseguenza di una totale mancanza d'affetti, di sostegno e di conforto".

Mancanza di sostegno. E di conforto.

Esattamente come quando senti di voler aiutare tutti intorno a te, senti di voler essere utile, senti che con un tuo contributo, seppur piccolo e infinitesimale, le cose possono cambiare, migliorare. Magari non risolversi del tutto, ma senti di poter avere un ruolo nel grande ingranaggio di cui fai parte.

Poi invece, ti capita di dover essere tu ad aver bisogno di aiuto. Di sostegno, di conforto.

E in quel momento ti accorgi di essere sola. Esattamente come quando esci tardi da un centro commerciale, il parcheggio è vuoto e desolato. E anche se il cielo è ancora chiaro e non è buio, avverti ugualmente quella sensazione, quella stretta allo stomaco, che per un attimo ti ricorda che sei lì sola. Che con te non c'è nessuno e che nessuno potrebbe aiutarti qualora ne avessi bisogno.

Eccoci ricollegati dunque alla solitudine, non specificatamente cercata, ma nella quale ci ritroviamo a scivolare ogni volta che ci sentiamo messi da parte, non considerati, esclusi per aver manifestato un'idea diversa da quella del branco (magari migliore, ma sostanzialmente diversa... ed è una colpa che l'abbia avuta proprio tu e non chi gestisce il branco, perchè significa che tu hai una testa... e che quella testa ragiona).

La solitudine in cui scivoliamo ci porta dapprima ad una sorta di sofferenza soffocata: non possiamo e non vogliamo palesare il nostro malessere al prossimo. Quel prossimo che a sua volta ne è stato palesemente la causa. Successivamente però, non ci importa più che si sappia o non si sappia. Il nostro stato d'animo può comodamente venire fuori, non ci importa.

E quell'opinione, quell'idea, quello spunto di riflessione che abbiamo tenuto per noi, ben celato da occhi indiscreti, inizia a germogliare. Quel pensiero diventa un'idea ben definita, quell'idea diventa un progetto e quel progetto inizia a prendere forma, colore. Inizia a prendere vita.

Al contrario di ciò che avresti fatto mesi prima, e cioè condividere le tue opinioni con il branco, stavolta decidi di tenerle per te. E di lasciarle crescere, maturare, proprio come stai facendo tu, in solitudine.

Questo tuo isolarsi, che in realtà non è altro che una conseguenza e non una presa di posizione, verrà criticato aspramente. Perchè se fai parte di un branco, sei tenuto a condividere, tutti possono prendere un pezzo da tutti, il bene è comune e il singolo non esiste, in nome di un qualcosa di superiore che evidentemente però fallisce, qualora anche un solo elemento viene emarginato o lasciato indietro.

Ecco che quella solitudine, dapprima forzata, poi criticata, poi divenuta uno stile di vita e in un certo qual modo anche uno schermo per proteggersi dalle delusioni date da chi diceva di appoggiarti (e che invece se l'è filata alla prima occasione), quella solitudine diventa un plus. Un momento, un modo, un'occasione per ritrovare noi stessi e i nostri obiettivi, che forse avevamo stupidamente accantonato a favore di quelli di un branco che evidentemente non ci merita e non ha intenzione di riconquistare la nostra fiducia e la nostra stima.

La solitudine ci aiuta rifocalizzarci su ciò che siamo e su cosa vogliamo. A raddrizzare il tiro, a renderci conto che un posto per noi c'è e che non è necessariamente tra le fila di persone tutte uguali che la pensano tutte allo stesso modo (chissà magari hanno anche ragione, magari no, non lo sapremo mai senza un reale confronto).

Credo che la solitudine sia un plus per chi è in grado di gestirla senza sentirsi soffocato. Senza sentirsi un perdente. Perchè un perdente non lo è. Nè un fallito, nè un incompreso, nè un'arrogante vittima asociale che si trascina piangendosi addosso.

 


Chi sceglie la solitudine è perchè è stato spinto in un angolo. Ma da quell'angolo ha trovato spiragli attraverso i quali vedere paesaggi bellissimi.

 

Diverso = cattivo? Ma... diverso da chi?


Vi siete mai sentiti invisibili ad una festa piena di persone felici e perfette?
Sistematicamente lasciati in disparte in occasione di cene con lunghe tavolate?
Avete mai la sensazione di essere su una scala che dovrebbe portarvi al vostro obiettivo ed invece, ogni volta, qualcosa vi spinge giù per i gradini costringendovi a ripartire da capo?
E di essere la voce fuori dal coro in un gruppo di persone che professano la democrazia e che invece vi additano come guastafeste?

Io credo che, almeno una volta nella vita, a tutti sia capitato, a chi più a chi meno.
E come ci si deve sentire in questi casi: diversi? strani? insoliti? difformi?
E ammesso che ci si senta tali, chi ha detto che il tutto debba assumere per forza un'accezione negativa? Mi spiego.
La società in cui viviamo e l'epoca in cui viviamo, ci hanno (ahimè) plasmato in modo tale da farci credere che chi sia "diverso" da noi, sia fondamentalmente "sbagliato", fuori posto diciamo.
Per questo motivo, se non si è come i più, come l'elite, si è da emarginare, da tenere a distanza.
Da qui l'accezione negativa di "diverso" che fa pensare a qualcosa di diabolicamente cattivo, non conforme o addirittura pericoloso.

Io invece credo che ogni cosa, proprio perchè diversa e per questo a noi ignota, vada in primis studiata, capita, elaborata. Dio (o chi per lui) ci ha dotato di un intelletto (almeno la maggior parte di noi, mi piace pensare) e quindi mi chiedo perchè... perchè fermarsi alla superficie delle cose, quando sarebbe tanto più bello, più costruttivo e, in definitiva, più interessante, sapere chi/cosa c'è di fronte a noi?

E quindi, per tornare alle nostre sensazioni iniziali... siamo ad una festa di persone che non ci cagano e ci sentiamo invisibili. Siamo noi i diversi o gli altri...? Ma soprattutto: cosa diavolo ci facciamo ad una festa in cui sembra di non avere nulla a che spartire con il 99% degli invitati? Risposta: alzo i tacchi e me ne vado? No! Mi sveglio e provo a socializzare, se gli altri sono così diversi da me, in cosa lo sono SE lo sono, o sono io l'asociale? e se è così, perchè è così? Non posso sentirmi incompresa se sono la prima a non fare il primo passo. Ergo: se gli altri mi dribblano è perchè sono io l'asociale forse? 

Perchè alle cene con lunghe tavolate finiamo sempre nell'angolo sfigato dove alla fine della fiera trascorriamo la serata in silenzio?? Ma siamo o non siamo noi inconsciamente a metterci in disparte proprio per non metterci in evidenza... ergo: se uno non parla mai, perchè dovrei sedermi accanto a lui? quindi il cambamento deve partire da me, prima di pensare che gli altri siano diversi e cattivi.

La vetta della scala è irraggiungibile perchè qualche forza arcana gode nel buttarci giù ogni volta che stiamo per raggiungerla? Ma siamo assolutamente certi che la scala sia davvero il percorso migliore per arrivare al nostro obiettivo? O meglio, che sia il percorso più opportuno? Oppure siamo noi, autoflagellatori di noi stessi che godiamo nel rimanere sconfitti e sguazzare nel vittimismo?
Perchè non aggiriamo l'ostacolo, troviamo strade alternative o... prendiamo l'ascensore?

E infine, perchè le persone mi chiamano guastafeste per il solo fatto di non pensarla come loro?
Sono persone malvagie e crudeli? Hanno la cattiveria insita nel loro DNA?
Oppure quando ho esposto il mio parere contrario al loro l'ho fatto con prepotenza ed arroganza? Sono stata io la "cattiva" nell'esporre il mio punto di vista, facendolo passare come l'unico e possibile.


Beh, cari amici: le diversità esistono eccome. Ma credo che a volte non siano gli altri ad essere diversi da noi, ma che siamo noi ad essere diversi da loro. Sembra un gioco di parole ma se ci pensate è così. Io credo nel fatto che essere tutti uguali e fatti in serie non sia una risorsa. E che essere diversi sia una fonte di ispirazione. L'importante è capire che l'essere "diversi" non sia una cosa negativa e che come tale non deve essere vissuta. Inoltre il cambiamento, se vogliamo, può e deve partire da noi. E non per essere accettati o per uniformarci alla massa. Ma semplicemente per proclamare che la nostra diversità è parte di noi e che abbiamo il diritto di viverla senza essere giudicati.